Storia di una ribelle

È stato un incontro fortuito quello con Elsa Oliva, nome di battaglia Elsinki, tanto casuale quanto incisivo e potente.

Quando sono stata invitata al Simposio di Grazie e mi è stato comunicato il tema, ammetto che non conoscevo la storia della Repubblica Partigiana dell’Ossola. Mentre da un lato cercavo notizie sulla vicenda storica, dall’altro ho provato a focalizzare il concetto di “utopia”, legandolo ai fatti dell’Ossola.

Come avrei potuto lavorare su un soggetto così astratto e ampio , usando l’immaginario che è nelle mie corde? Cosa avrei saputo raffigurare? Tra i confini della rappresentazione realistica, la mia confort-zone, il tema mi sembrava totalmente inafferrabile. Ho tentennato.

Sono tornata alla Storia, quella dei fatti accaduti in Val d’Ossola. Ho pensato di avvicinarmici da illustratrice, ma mi ha spaventato: troppo ricca, troppo carica, troppo piena di persone e azioni per svilupparla in cinque giorni di lavoro. Ammetto, a un certo punto mi sono scoraggiata, fino a che è arrivato l’incontro che ha dato senso al lavoro che avrei fatto.

Se dovessi dire da quale fonte ho letto il suo nome la prima volta, non saprei. Di sicuro, poi, in qualche notizia secondaria, tra le righe. Ma quando il nome Elsa Oliva è apparso, ho iniziato a inseguirlo. Da subito al nome di Elsa Oliva si sono associate due immagini che non potevano non affascinarmi: artista e partigiana. Impossibile non agganciarmi alla storia di questa donna.

Si trovano alcune notizie in rete, non molte e, sembrerebbe, tutte più o meno derivare da un’unica fonte; si scopre che Elsa ha scritto un paio di libri sulla sua vita da partigiana (di difficile reperibilità). In sostanza si rintraccia la sintesi della sua vita negli anni della giovinezza, da subito prima l’esplosione della guerra fino alla sua conclusione, con qualche cenno alla sua infanzia e alle sue origini.

Quello che di lei mi ha colpito sono stati il coraggio, che deve essere andato di pari passo con occasioni anche fortunate, perché troppo spesso le sue azioni sono state portate al limite e ne è sempre uscita viva, la determinazione del dovere agire nella lotta partigiana e lo sguardo disilluso e critico anche verso quella che è stata “la sua parte”, quella da tenere, in momenti specifici della lotta partigiana e del post-liberazione.

Elsa nasce povera, ma da una famiglia con saldi principi socialisti, soprattutto da parte della madre. Deve abbandonare gli studi e iniziare a lavorare a 8 anni. Diventa domestica di una famiglia benestante di Domodossola. Impossibile ora riassumere la vita di questa donna in poche righe, nonostante i pochi anni che ci sono documentati. Ci basta un dettaglio per farne un ritratto verosimile: qualche volta, andando a pulire il rame al fiume, carica di odio per i suoi datori di lavoro, vivendo l’ingiustizia di una vita lontana dai suoi desideri, carica di voglia di fare altro e essere libera, prendeva una pignatta e la gettava con tutta la sua forza in mezzo alla corrente maledicendo i suoi padroni. Una bambina dalle idee chiare e consapevole delle proprie azioni sovversive, non può che diventare una ragazza che saprà liberarsi, a un certo punto.

Ecco che attorno ai quindici anni scapperà con uno dei fratelli, aggregandosi a un gruppo di artisti, vivendo di pittura e allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale la sua posizione antifascista e antinazista non potrà che palesarsi in azioni concrete come cittadina resistente prima in Trentino Alto Adige, e come partigiana poco dopo l’Armistizio in Piemonte.

Il mio lavoro è stato un omaggio, un gesto di vicinanza, di solidarietà, di ammirazione e di memoria. Non ha una struttura quello che ho fatto. Non occupa uno spazio fisico impegnativo non pretende di dire “guardami”. Tutto ha una patinata ingiallita, come fosse il reperto di un tempo dimenticato in una cartellina da disegno o in una scatola in latta arrugginita disseppellita da qualche giardino segreto o in un baule di una qualche soffitta. Ho disegnato, su blocchetti di legno, ricordando quel legno su cui lei ha lavorato negli anni del Trentino (aveva addirittura messo in piedi una piccola “azienda” con tanto di collaboratori, dipingevano oggetti in legno intagliato). Ho dipinto piccoli paesaggi della Val d’Ossola, cercando di immaginare come fosse il suo lavoro di pittrice (ma non sono riuscita a trovare nulla di suo, purtroppo, per ora). Ho scritto con un pennino a inchiostro seppia su vecchia carta pagine di un diario, tra il reale e l’immaginario, come fosse il suo diario, che dai giorni che vanno da poco prima dell’Armistizio, narrano una serie di azioni contro il regime nazi-fascista, fino ai giorni che la porteranno in montagna in Piemonte). Ho inciso il suo volto in una matrice di linoleum e ho stampato il suo volto assieme alla parola “ribelle”, l’epiteto affibbiatole durante uno dei primi interrogatori subito dai nazisti, epiteto, di cui è inutile dire, lei andava fiera. Di queste stampe ho fatto una serie, completando ognuna di esse con un intervento aggiuntivo, forse determinato dal bisogno di smorzare, addolcire l’immagine di una bella ragazza sorridente e contemporaneamente armata?

L’ho ritratta, ho trascritto le sue parole, ne ho inventate alcune, provando a mettermi nella sua testa, l’ho moltiplicata e potrei continuare e farne mille e mille copie di quel volto sorridente mentre imbraccia il suo fucile.

Ho vissuto cinque giorni con una ribelle ed è stato un privilegio.

Solo ora, mettendo in fila le tappe di quello che ho fatto (ma vorrei dire “iniziato a fare”) sulla figura di questa donna straordinaria, capisco il senso della parola “utopia” per me: utopia è la permanenza, anche nelle situazioni più avverse, dei valori che la lotta partigiana ha portato, la spinta libertaria, la necessità e l’ineluttabilità di scendere in battaglia, pur ignari delle proprie sorti per un bene comune. La Resistenza è stata l’utopia, quello che è successo dopo, subito dopo la Liberazione è altra cosa, decisamente discosta da un piano utopico.

Elsa Oliva lo ha capito subito ed è sempre stata una voce fuori dal coro.

(Questo mio contributo e pubblicato sul catalogo dedicato al Simposio nella collana dei Quaderni della Postumia, numero 22 del 2024, a cura di Paola Artoni e Paolo Bertelli.)

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