A Comacchio manifattura e umanità sanno stare assieme

C’era una volta, e c’è ancora, un posto magico, fatto di mattoni. Quel posto si chiama Manifattura e sta in un luogo speciale, piatto piatto, dove il cielo e il mare si toccano, la luce è tanta o arriva la nebbia e avvolge tutto e ti conviene avere una barca perché potresti anche mettere un piede dove c’è solo acqua. In quel posto ci sono persone che non dimenticano il lavoro dei bisnonni e dei bisbisnonni e continuano farlo con gli occhi attenti di chi sa prendersi cura delle cose e delle persone.

Ho scoperto i Marinati di Comacchio perché adoro la pittura ad acquerello! Lo ammetto.

Ero a una cena di amici. Una coppia di loro era appena rientrata da una gita nel Delta del Po e con simpatia ci offriva una scatola di alici marinate, prese apposta da mangiare assieme, perché d’altronde lo slogan della scatoletta recitava inequivocabilmente: “Le alici per gli amici”.

Inutile dire: buonissime! Ma le prime cose a colpirmi sono state la grafica e una specie di aura, di atmosfera che faceva intravedere qualcosa di speciale, efficace, umano, insomma di imprenditoria sincera e di qualità, che sa tenere assieme le necessità della vita e gli ideali, semplici e nobili della realtà.

L’attenzione, il garbo, la ricerca della bellezza, la suggestione della condivisione, in una parola la cura per un prodotto e un’idea veicolata, erano tutti aspetti che attorno a  quella scatola hanno immediatamente costruito un’atmosfera. E direi anche, un’atmosfera attraente. Ci sono idee che si fanno progetti e, poi, oggetti e che sanno inevitabilmente trasferire al primo sguardo un’anima. Mi sono incuriosita.

È vero, il fatto di vedere l’immagine delicata di un acquerello, per me, è stato un colpo al cuore. Chi usa nel packaging questa delicatezza e questa artisticità? Quasi nessuno ormai. (Le grafiche più belle di prodotti marinati e prodotti sottolio, fino ad ora, le avevo viste in Portogallo).

Nulla, ho fotografato scatola di carta e lattina, per ricordare quelle Alici per gli amici e perché volevo scoprire di chi fosse quell’acquerello, quell’idea di grafica e di contenuti trasmessi. Così, qualche giorno fa, mi sono decisa a scrivere a Marinati di Comacchio, alla  pagina Face Book, che tra l’altro io consiglio di tenere d’occhio per ricevere tutte le informazioni dei loro vari eventi (il prossimo sarebbe giovedì, ma, ahimé io non potrò andare!), magari unendo una gita nel Delta del Po. Ho ricevuto presto una risposta gentile che mi rimandava a un appuntamento telefonico al lunedì pomeriggio successivo.

Ovviamente, a quel punto la curiosità, di cui poi mi sono anche un po’ vergognata e scusata, a quel punto era troppa. E così ho conosciuto e parlato con una persona simpatica, disponibile che mi ha detto “Non ti preoccupare, sai quante telefonate strane ricevo!” e ancora, poco dopo “… il mio lavoro è parlare, fare delle chiacchiere…”. Così ho conosciuto Alessandro Menegatti, laureato in filosofia, poi diventato educatore e ora presidente della cooperativa di tipo B Work and Service. Ecco, svelato tutto, e lo avevo capito: dietro a quell’idea di bellezza, di tradizione, di sapori c’è una realtà che nasce per dedicarsi agli altri. Poi ad Alessandro ho dato anche una faccia e ho ascoltato altre cose sulla cooperativa; vale la pena vedersi questo video.

In tutta velocità gli faccio cento domande e scopro che l’illustrazione è di Sonja Astolz, olandese, di origine, coinvolta grazie a un progetto ministeriale di valorizzazione dei giovani talenti. Sonja è un talento, ma non cercatela in rete, di lei, purtroppo non si trova nulla. Ha fatto una scelta forte: è diventata monaca di clausura, quindi niente siti, niente social. So che è a Fano, Alessandro e gli altri della cooperativa sono anche stati a trovarla. A me resta la curiosità di sapere se dipinge ancora. La grafica è di Alice Vaccari. Lei la si può anche incontrare a Comacchio: è un architetto, ma fa l’educatrice in cooperativa, allargando le sue mansioni ai progetti grafici della coopertiva,  sapienti, attenti, bellissimi.

La grafica della produzione legata alla conservazione dell’anguilla, che è un importante presidio slow food, è quella di un tempo, ereditata. Eh sì, perché la cooperativa ha una concessione per l’utilizzo della manifattura e per la lavorazione delle anguille del Delta, stipulata proprio con il Parco del Delta del Po, che è patrimonio UNESCO non scordiamolo, e in questa concessione hanno avuto l’accortezza di impegnarsi a recuperare e  mantenere anche il vecchio aspetto del packaging. Chi, se non gente che sa conservare, si può occupare di conservazione di un’estetica di pregio anche nell’aspetto dei contenitori dei propri prodotti di qualità?

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Le Alici Marinate sono di nascita recente e in 7 mesi, ci tiene molto a sottolineare Alessandro, ne sono state prodotte 8000 lattine: un numero elevatissimo se si tiene conto dell’artigianalità totale della filiera di lavorazione che si vede nel bellissimo video realizzato dallo studio Tobe con le musiche di Marcelo Cesena, un’immersione totale nell’atmosfera tra cielo, mare e mattoni della Manifattura di Comacchio. Sì, anche i mattoni voglio ricordare! Perché la manifattura stessa è un luogo degli occhi e del cuore: vedere link e fotografie per credere!

Poi, siccome la lavorazione dell’anguilla è strettamente stagionale,  (la produzione delle alici marinate è infatti arrivata per introdurre lavoro in momenti morti dell’anno), la cooperativa, per valorizzare ancora di più questa impresa che unisce storia, tradizione, economia, dignità e bellezza, sta per inventarsi alcuni nuovi prodotti (sarde e acciughe) che sapranno sicuramente deliziare palato e occhi.

Veramente bravi tutti, e, ora, a me resta solo la curiosità di andare di persona, prendo in parola l’invito di Alessandro! E mi porterò i miei acquerelli, dipingere Comacchio deve essere molto divertente.

Tutte le immagini sono di proprietà de I marinati di Comacchio.

S. Fruttuoso, il mare e il coraggio delle sorelle Avegno

S. Fruttuoso è un luogo magico, di una bellezza che rimbalza tra il cuore e la testa. Merita la levataccia del primo traghetto per raggiungerlo e vederlo deserto o una camminata a piedi, di buon’ora, sul promontorio di Portofino.

Arrivare è come un’ebbrezza di blu e di verde: tutto mare, macchia mediterranea e alberi. Incastonati in questa gola, l’abbazia e il vecchio borgo dei pescatori. La storia e le architetture di questo luogo, tanto  defliato, sono stratificate e mescalte ad alcuni grandi fatti del vecchio continente europeo. Sono almeno un paio gli eventi “maggiori” entro i quali si srotola la storia silenziosa, quella del quotidiano della gente che ha avuto di sicuro dura la vita, qui, tra il mare e la montagna. Uno, come per tutti i luoghi  affascinanti, ha a che fare con il suo mito fondativo. Pare che S. Fruttuso nasca e debba il suo nome al santo omonimo di Tarragona, santo del III secolo: le sue cenerei si dice siano state traslate in questa meravigliosa insenatura nell’VIII secolo, a causa dell’avanzata araba nella pensiola iberica. A compiere l’impresa fu Prospero, allora vescovo di Tarragona, dopo avere ricevuto in sogno le indicazioni dal santo.

Nel Decimo secolo, e per un paio di secoli in seguito, vi si insediò una comunità di frati benedettini che edificarono il grosso dell’attuale abbazia, compresa la grande e suggestiva cupola su tiburio ottagonale, e diedero all’iniseme un certo sapore bizantineggiante. È dal 1200 in poi che la famiglia dei Doria prende il possesso del luogo e lo manterrà fino al 1983, data in cui opterà per la donazione al FAI. Saranno i Doria a costruire il loggiato e il doppio ordine di trifore sulla facciata che tanto caratterizzano S. Fruttuoso, vedendolo dal mare; per inciso la spiaggetta alla base di questa facciata è recente, pare essere il frutto dei detriti  portati a valle e accumulatisi dopo un’alluvione nel 1915. Le trifore a un certo punto saranno muarate (e riscoperte nel 1933) in un genarle rimaneggiamento della struttura religiosa così da ricavare delle case  aggiuntive per gli abitanti del borgo. E in questa fase della storia del complesso religioso, si svolge il secondo grande fatto storico che lega indirettamente S. Frutuoso con il Risorgimento italiano e, addirittura, con la guerra di Crimea. Lo si scopre da alcuni dettagli, durante la visita: nella cripta dedicata alla sepoltura dei Doria, compaiono anche le tombe di due donne che non fanno parte della nobile famiglia ligure. Sono Maria e Caterina Avegno.

Se vedere S. Fruttuso è stata un’emozione, lo è stato ancora di più scoprendone il legame con la storia delle due sorelle Avegno.

Corre l’anno 1855. È il 24 aprile e dal porto di Genova Cavour e Rattazzi salutano la partenza del piroscafo inglese Croesus e del veliero Pedestrian al suo traino. A bordo molti soldati dell’esercito piemontese, medici, infermieri, attrezzature per un ospedale da campo, farmaci, munizioni, esplosivi e tutto quello che può servire per dare manforte agli alleati impegnati nella guerra di Crimea contro l’avanzata russa verso il Mediterraneo. Le condizioni atmosferiche sono proibiteve a causa del forte vento e una manovra errata fa sì che il Croesus speroni il Pedestrian all’altezza di Camogli.  Molto è il carbon fossile stipato del Croesus e i gas esalati innescano un tremendo incendio. L’imbarcazione arriva a fatica nella baia di S. Fruttuso, mentre il Pedestrian riesce a tornare sul suo cammino verso Genova. Il Croesus va a incastrarsi contro lo sperone roccioso che separa le due spiaggette della baia; l’incendio prosegue e i soldati, molti dei quali non in grado di nuotare, si buttano a mare. Sono attimi tremendi. Nel piccolo borgo, probabilmente svuotato da quasi tutti gli uomini, chi imbarcato e chi impegnato in attività legate al commercio della legna, ci sono di certo le donne presenti. Sulla spiaggetta solo due gozzi. In quel momento le sorelle Avegno perendono le due barche e iniziano a remare. Fanno la spola, avanti e indietro dalla nave alla spiaggia e viceversa. Mettono in salvo molti esseri umani. Cercando informazioni non ho trovato le immagini di un gozzo ligure, non so come è fatto, ma una cosa ho capito: che serve forza, fatica di braccia e tanto coraggio per condurlo in mare, e le due sorelle, Maria e Caterina, non si tirnao certo in disparte. Usano tutte le enrgie che due donne possono avere, e forse anche di più. Maria ha di certo in mente il salvataggio dal naufragio del figlio Paolo Oneto, in mari sardi, qualche mese prima. È sicuro che la riconoscenza della madre aggiunge forza alla forza che queste donne di mare già hanno. Le testimonianze che si rintracciano non sono più chiare a questo punto. Si sa solo che purtroppo le due donne rimangono vittime della propria genrosità. Finiscono in mare, trascinate probabilmente dalla disperiazione di chi si aggrappa disordinatamente alle barche per salvarsi. Maria Avegno, madre di ben otto figli, muore subito. Caternia morirà dopo qualche giorno. Ecco, la storia di due donne fuori dal comune, di cui pochi sanno.

Maria ha avuto immediatamente sepoltura nella cripta dei Doria, dentro all’abbazia, per volontà dei membri della famiglia. Dopo qualche giorno anche la sorella Caterina viene tumulata nello stesso luogo. Alla memoria di Maria sono state riconosciute svariate onorificenze: prima donna in Italia a ricevere la medaglia d’oro al valor civile, dall’Inghilterra le fu assegnata la Victoria Cross e un somma di danaro fu data alla famiglia, Cavour le riconobbe la Medaglia d’Oro alla Memoria, il Corriere Mercantile organizzò una sottoscrizione per la famiglia Avegno. A Camogli esiste un belvedere panormaico, chiamato “La rotonda”, intitolato a queste due donne straordinarie.

 

 

Erbe che tagliano

È piatta la terra, bassa e acquattata. È la fine di un luogo che mi sembra di conoscere, accarezzato e allungato dai fiumi. Tutto pare più lento e il cielo, giurerei, sembra più basso, al punto che i bambini potrebbero giocare a toccare le nuvole. Poco più in là il mare e ti sembra di sentire il salmastro nelle narici, mentre di fianco corre altero un argine. Strano per chi i fiumi li vede dal mezzo di una pianura, satre sotto a un argine e percepire il mare vicino.

Sono stata in un pezzo di Romagna, un tempo inzuppato dalle acque, fradicio di povertà e umido del sudore del lavoro di quelli che ci hanno abitato. Alcuni di loro sopravvivono ancora da quel tempo lontano, e raccontano. Intrecciano con le mani e le parole le trame delle vite, così strette che ti avvolgono. E finisce che ti ritrovi annodato dalla carice e dal giunco, erbe che tagliano, e sei sicuro che qualche segno te lo porti nell’anima fino a casa.

È soprattutto femmina il racconto dei nodi di Villanova di Bagnacavallo. Come poteva non esserlo? La trama e l’ordito stanno alle donne come la pesca, la caccia e l’agricoltura ai maschi. E loro, le donne, le ragazze e le bambine, hanno fatto le prime sporte che si attaccavano ai carri agricoli o stavano nelle barche, così permettevano l’accoglienza e il nutrimento.

Ho conosciuto l’Onelia e la Rosina, e chi abita sotto all’Emilia Romagna non sorrida di questi articoli determinativi davanti ai nomi propri di persona femminile e singolare, perché loro sono proprio l’Onelia e la Rosina, quelle due, quelle che a più di ottant’anni ancora piegano, sagomano, stringono per non dimenticare. Sono l’Onelia e la Rosina, e alcune altre compagne per esser precisi, che piegano e ti spiegano, quando le incontri, la fatica, le sedici ore di lavoro al giorno, la raccolta delle erbe e delle canne nelle paludi, gli urli di quando si entrava nell’acqua gelida (solo da dentro l’acqua si tagliano le erbe e a farlo erano sempre le donne), la nascita della cooperativa, gli intrecci a sei anni prima di correre a scuola, i bambini nel recintino a fianco e loro a fare sporte e stuoie. E poi se ti comperi una sporta (guai a chiamarla borsa) ti si avvicina la Rosina e ti dice l’ho fatta io, che ho ottantotto anni, l’ho stretta forte, questa ti dura per sempre, mio figlio è quello che vende i fiori in piazza. E poi ti sorride, di un sorriso incorniciato di rossetto fiammante e civettuolo.

La storia prosegue. L’Onelia e la Rosina continuano a dire degli intrecci, ammorbiditi dall’acqua, che le mani poi sono sempre bagnate (e provaci a stare tutti il giorno con le mani bagnate, magari d’inverno!), e di come quegli intrecci, in un magico momento, le abbiano fatte guadagnare addirittura come i muratori così da potersi comperare persino il frigorifero. Quanto lo ripete l’Onelia e con che soddisfazione che poi, a un certo punto, si è comperata addirittura il frigo. Lo fa intrecciando proprio in quel momento una stuoia, in piedi, con le mani veloci che non ci puoi credere, quasi non le stai dietro con lo sguardo.

C’è un pezzo di storia che vive a Villanova. Il ricordo è delicato come un sospiro, così ricco di sapienza. Loro, le Rosine e le Onelie, raccontano alle scolaresche, sono le regine delle feste del paese, fanno corsi di intreccio, ma mi sembra che un corso non possa bastare. Imparare vuol dire passare le ore e i giorni, i mesi e gli anni a fare, ripetere i gesti all’infinito, ascoltare, assimilare tutto: tecnica, saggezza, racconti, ricordi. Imparare è lavorare fianco a fianco fino al punto di interpretare anche i pensieri di chi ti sta vicino. Imparare è mettere in fila nozioni, rispettare persone, il tempo, le cose e accorgersi che quella è la vita. Mi sembra di poter dire che una volta di certo s’imparava, ora non so più.

Bisogna sentirsi in debito con gente come questa, per storie come queste. Basta vedere il catalogo della cooperativa fondata anni prima, esportava in tutta Europa e nei negozi più chic, per non capacitarsi di come tutto sia potuto finire e ci si sente un po’ colpevoli, vittime ignoranti e un po’ artefici di un sistema ingiusto. Se poi ti comperi una stuoia o una sporta, la Rosina ti sorride e capisci subito di avere per le mani un pezzo di quella che è stata l’Italia migliore, altroché!

Per sapere di più dell’Eco museo delle erbe palustri.

Per trovare alcune informazioni sull’Associazione erbe palustri.

Per informazioni
ele.baboni@gmail.com