In punta di pennello: dal guardare al fare.

Osservare un dipinto sconosciuto, come anche attardarsi su un’opera già nota, non dovrebbe mai essere vissuto come un’azione complessa, astrusa o addirittura noiosa. Ogni quadro racchiude molte storie: del dipinto in sé, dell’artista che lo ha prodotto, del mondo attorno a lui e delle tecniche, dei materiali usati.

Ci sono artisti che ci lasciano addirittura riconoscere i loro gesti, “la loro mano” come si usa dire. Scoprire queste storie, significa aggrapparsi a dei fili che ci avvicinano al mondo dell’arte e del fare artistico: alcune si ottengono prendendo informazioni, studiando; altre, quelle forse più importanti per avvicinare i bambini al piacere dell’arte, arrivano guardando con cura l’insieme della composizione alla ricerca dei suoi dettagli.

Dalla visione di un dipinto è possibile lasciare scorrere delle narrazioni che descrivono ciò che si vede e l’idea di poter cogliere degli spunti della produzione di immagini, sia che si tratti di modi nuovi per veicolari contenuti che spunti per l’utilizzo di una tecnica grafica, pittorica, plastica.

Nell’articolo MILLE PUNTI… DI TUTTI I COLORI. su SIM di ottobre 2019, la mia idea è di partire dall’analisi del dipinto “Campo di erba a Saint Denis” di Georges Seurat per entrare nel vivo di un esercizio fatto di comprensione che nasce dall’osservazione e poi dalla pratica pittorica esaltando la forza creatrice del punto e del segno colorato. Per sapere di più, sarà possibile seguire la rivista, a partire da qui.

Georges Pierre Seurat, Campo di erba medica a Saint Denis, 1885, olio su tela, 65 cm x 81 cm, National Gallery of Scotland, Edimburgo.

Dall’analisi del dipinto a una serie di percorsi laboratoriali per sperimentare il punto e il segno colorati.

Naturalmente in classe

Iniziare un nuovo anno scolastico significa anche riportare la vita da un esterno a un interno, quello della classe. Dopo la stagione di vita all’aperto per eccellenza, l’estate, un buon viatico per ricominciare la scuola potrebbe essere quello di parlare di natura e arte, cioè di portare un po’ di natura in classe.

La natura dovrebbe sempre esser il nostro centro, è necessario imparare a conoscerla, apprezzarla e difenderla. L’arte ci offre molti spunti per sensibilizzare i bambini a questi temi, soprattutto se declinati nel “fare” concreto, tramite l’osservazione, il disegno o, comunque, la rappresentazione con varie tecniche e l’attività manuale in generale.

Il botanico Francis Hallé, in una recente pubblicazione per i tipi di Ippocampo, scrive: “Chi volesse comprendere (la natura) non dovrebbe lesinare sul tempo. Ecco una prima ragione per preferire il disegno alla fotografia: il tempo in queste due arti non ha lo stesso valore.”

Parlare di arte e natura, dunque, dovrebbe essere una sorta di ode alla lentezza: lentezza dell’osservare, del riflettere e del rappresentare, così da sedimentare gli apprendimenti; in una fase di pura creazione artistica, anche di lentezza del rielaborare per una interpretazione in soggettiva, originale e unica.

Il passato ci dimostra come i grandissimi artisti, hanno saputo porre attenzione, nel rappresentare soggetti maestosi, carichi di significati e, a volte misteri, all’ambiente nei suoi dettagli, alle erbe spontanee, al punto che alcuni dipinti diventano dei piccolo trattati di botanica: ci basti pensare a La Primavera di Botticelli o La Vergine delle rocce del Louvre di Leonardo da Vinci. Ancora più esplicita e incredibilmente dettagliata è La grande zolla di Dürer (link in elenco).

Da sempre gli erbari e gli atlanti botanici costituiscono un corpus di grande approfondimento della conoscenza della natura. Del disegno botanico esistono esempi luminosissimi nella storia dalla scienza e dell’arte. È sempre Francis Hallé che sottolinea: “… il disegno botanico è parte di quelle tradizioni preziose che è importante rispettare, far vivere e arricchire…”.

Per chi fosse interessato a conoscere le attività proposte a partire dalle considerazioni sulla natura, creare un atlante botanico personale e una installazione di classe tra origami e variazioni di verde, sarà possibile trovare indicazioni, immagini e tutorial seguendo il link del numero di settembre 2019 della rivista Vita Scolastica all’articolo Natura in classe.

Sul colore verde, sarà importante aggiungere solo una postilla, citando Michel Pastoreau: “Per lungo tempo difficile da produrre, e ancor più da fissare, il verde non è soltanto il colore della vegetazione: è anche, e soprattutto, quello del destino. Chimicamente instabile nella pittura come nella tintura, è stato associato nel corso dei secoli a tutto ciò che era mutevole, effimero e volubile: l’infanzia, l’amore, la speranza, la fortuna, il gioco, il caso, il denaro. Solo nell’epoca del Romanticismo è divenuto definitivamente il colore della natura, e in seguito quello della libertà, della salute, dell’igiene, dello sport e dell’ecologia. La sua storia in Occidente è anche quella di un capovolgimento di valori. Dopo essere stato a lungo in disparte, malvisto o respinto, oggi si vede affidare l’impossibile missione di salvare il pianeta.”

Ancora su Hallé, concediamoci uno sguardo, sperando di riuscire a trovare l’intero documentario prima o poi, al trailer di “Il était une forêt”.

Ecco Hallé appollaiato su un albero, mentre disegna.

E concludo con una carrellata di esperienze legate al disegno naturalistico dal vero, un corso che ho tenuto alla Riserva naturale paludi di Ostiglia qui e qui, e ad alcune immagini per piccoli e fantasiosi atlanti botanici, fatte da bimbi di cinque anni.

Da un mastello di ritagli…

… a un giardino molto speciale!

Sono i resti di altri laboratori i materiali protagonisti: tutti i verdi reperibili e un tocco di rosso.

La carta può essere usata così come viene trovata, può essere ritagliata, strappata, stropicciata, piegata e, poi, incollata. Viene cercata, guardata, studiata. È tutto un andarivieni dal mastello blu!

Per ogni coppia di mani, un papavero diverso che verrà collocato in un giardino molto speciale, dove i bambini avranno posto la loro attenzione sul rappresentare piante anche totalmente immaginifiche, ma con forme e peculiarità diverse le une dalle altre.

E se in fondo in fondo al giardino ci fosse una casa, come apparirebbe? Molto piccola, anche più piccola di un papavero, perché se si ragiona coi bimbi della scuola dell’ìinfanzia su quello che è vicino e quello che è lontano, si può anche arrivare a creare una piccola preziosa esperienza sulle dimensioni del primo piano e dello sfondo. Si rappresenta la lontananza.

Con i resti dei resti, poi, è possibile comporre un campo pieno di papaveri e portare l’esperienza artistica nei luoghi dell’astrazione.

Costruire libri a mo’ di sculture

Tra il 2018 e il 2019, mi sono trovata a fare vari workshop, sia per bambini che per adulti, legati alla costruzione di libri unici.

In questi incontri, che siano per adulti che lavorano con bambini e ragazzi (insegnati, educatori, bibliotecari) o che siano oer gruppi classe, trovo fondamentale organizzare lo spazio come un vero laboratorio: con tutti i materiali preparati e a vista e, ovviamente, con uno luogo deputato all’esposizione dei prototipi già pronti (si tratta di un piccolo fondo, in aumento col tempo, di miei prototipi personali, sia di libri che di studi di piegature particolari, pop-up, origami, kirigami).

I prototipi diventano sussidi fondamentali per il workshop: danno immediatamente l’idea di quello che si può fare con la carta e, inoltre, possono essere osservati, maneggiati, fotografato, quindi studiati e archiviati come modelli possibili.

L’appetito vien mangiando

… e  la voglia di leggere vien leggendo! Se poi guardando delle figure belle, coinvolgenti e non banali viene anche voglia di disegnare, si fa proprio centro!

Tra l’altro con quest’anno, il mio personale centro totalizza 14! Cioè, 14 anni di laboratori alla Scuola dell’infanzia Riguzzi (del tredicesimo, racconto qui), 14 anni di percorsi lunghi, 12 incontri per ciascuna sezione (gli ultimi due sempre dedicati all’immancabile argilla, di cui mostro alcune cose di laboratori passati anche qui). Ci sono cose che cambiano e alcune che restano. Quelle che restano danno sicurezze e, in fondo, questo deve una scuola un luogo che accoglie regalando sicurezze. Tornare in un luogo a costruire qualcosa da un grande senso di calore. Non voglio ripetere quello che ho scritto in Segni, tracce e colori, confermo, sottolineo, ribadisco tutto quello che ho già scritto. Sarebbe inutile ripetere che ritornare a ogni riunione di inizio anno alla  Riguzzi è un po’ un’emozione, quell’emozione che ti da il valore delle cose che durano e delle relazioni che rimangono, del sapere che una scuola è pronta ad accogliere, che una scuola, per quanto le si cambi nome istituzionale, resta materna, nel senso più profondo e nobile del termine, quell’emozione del vedere i bimbi crescere, del notare che si ricordano e del credere di avere lasciato un segno, anche se piccolo, quell’emozione, anche, di essere arricchiti dai germi dell’incontro dell’altro.

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Un collage dei libri letti nelle tre sezioni

 

Quest’anno abbiamo fatto una scorpacciata di libri tutti da mangiare, sgranocchiare, sorseggiare, cucinare, condire, annusare… per legarci al tema dell’alimentazione, che ha guidato l’istituto nella programmazione complessiva.

Un inciso molto leggero a proposito di cibo, sta nel ricordare che non sarò mai grata abbastanza verso tutto le scuole che mi hanno ospitato negli anni per avermi sfamato e per avermi regalato ore di ilarità rara nell’osservare i bimbi che mangiano, veramente una delle cose più divertenti a cui si possa assistere. Ormai ho una certa esperienza di mense di scuola dell’infanzia, potrei, a questo punto, scrivere un manuale del tipo Mille modi per mangiare una fetta di prosciutto o Quando la pappa nel mio piatto è verde o I Misteri delle carote in julienne o Quando le polpette sono vegetali o I piselli me li mangio uno a uno, crollerò prima io o la maestra?… Quello che resta, al di là del divertimento (per gli ospiti come me) è il grande momento educativo dell’esperienza del cibo, in un luogo condiviso e l’importanza di tutto questo nella crescita dei bimbi con la consapevolezza dell’aprirsi a gusti nuovi e diversi, nel non sprecare, nell’iniziare a differenziare i rifiuti. Normale amministrazione, ma mai scontata alla Scuola Riguzzi.

Quest’anno grandi personaggi mediatori del dialogo coi bimbi sono stati Ramona la pentolona, che ogni volta nascondeva nel suo interno un libro da leggere e Iaio il cucchiaio, eccezionale aiutante anche nell’ora della mensa per i piatti dei bimbi dopo ogni portata. Iaio non ha fatto miracoli, ma è capito che per lui qualche boccone in più sia stato mangiato, che un “assaggio” complesso sia stato fatto, che  due gambette siano rimaste più composte sotto al tavolo.

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ecco Iaio il cucchiaio che sbuca da Ramona la pentolona

A questo proposito, riguardo all’utilizzo di burattini o oggetti animati e antropomorfizzati, ho il ricordo chiarissimo, di una bimba di tre anni, in un asilo della bassa bolognese verso Ferrara, che non parlava a nessuno: non ai compagni, non alla maestra, men che meno a me che andavo una volta alla setimana, ma parlava a Pino un topolino che avevo ricavato da un mio calzino grigio spaiato, aggiungendo due orecchie di carta, e facendo tre punti neri per occhi e naso. Incredibile. Dell’utilizzo dei burattini me ne parlò una meravigliosa neuropsichiatra belga che ritrovavo ogni anno in un luogo magico, il Festival dei Burattini di Sorrivoli. 

Che le immagini raccontino un po’ di puù di quello che è successo in classe,  immagini di colori impastati, di carte stagliuzzate, di matite che hanno corso sui fogli, di tempere graffite, di colate di colla per rappresentare tigri affamate che si fermano a casa di qualcuno all’ora del tè, fogli che diventano vassoi pieni di pasticcini, topini a caccia di casa sgranocchiandosi una mela, giraffe che vogliono sapere che sapore ha la luna, api a caccia di polline, lumache golose di cavoli, notti schizzate di latte, bambine che mangiano lische di pesce o quattro scatole di cioccolatini, il tutto condito da una spruzzata di arte vera, da quella figurativa di Arcimboldi a quella astratta di Mirò… parlando anche un po’ di… cacca (l’altra faccia del cibo!) e il pasto è servito!

 

 

DIPINGERE LAMPEDUSA

 

Lampedusa è straordinaria, per motivi che, a volte, si scontrano, opposti e forti uguali, e sembrerebbero annullarsi come due cifre identiche e di segno opposto in un’equazione,

ma non succede e gli opposti restano e raccontano proprio di come Lampedusa sia, appaia e si sveli un luogo inatteso e stupefacente. Così, quando mi è stato chiesto dalle volontarie ormai “storiche” della Biblioteca Ibby per ragazzi, di fare un corso di acquerello, come avrei potuto dire di no?

Per inciso, le volontarie in questione sono Anna Sardone e Paola La Rosa, e ovviamente Deborah Soria anima del progetto, e definirle “storiche” all’interno di un progetto neonato fa parte della questione di meravigliosi opposti dell’isola, che non si annullano affatto, ma, a ben guardare, svelano delle storie, qui appunto quella della nascita di questo luogo tanto necessario e frequentato dai bambini di Lampedusa. Per entrare nell’atmosfera della biblioteca, basterà seguirne il diario di un ospite d’eccezione del progetto, Fabio Stassi, qui.

E così, lasciata andare l’alta stagione, ho iniziato a preparare armi e bagagli. L’acquisto dei materiali materiali (carta e acquerelli) è stato sostenuto da Ibby Italia che cura le attività della biblioteca sezione italiana dell’associazione internazionale che si occupa della diffusione di libri per ragazzi là dove i libri faticano ad arrivare, e i pennelli sono stati donati alla Biblioteca da Borciani e BonazziBorciani e Bonazzi , storica azienda italiana che ha rinnovato produzione e immagine e che, con grande entusiasmo, sostiene operazioni particolari di diffusione delle belle arti.

Alle richieste che nel tempo, di tanto in tanto, mi si facevano avanti “Faresti un corso di disegno? Mi insegneresti a dipingere?” ho sempre risposto senza troppi giri di parole: no! E devo dire che, poi, mi succedeva di notare un certo disappunto da parte dell’interlocutore di turno. La mia risposta ha sempre voluto essere un gesto di onestà, sapendo bene che disegnare (e dipingere) non è cosa semplice, richiede applicazione e tecnica, molto molto tempo da dedicare, diciamo pure, studio, anche per i più dotati; e insegnare, poi, è cosa difficilissima: non ero (ancora penso se lo sono) sicura di esserne all’altezza.

Da alcuni mesi a questa parte, invece, ho cominciato a rispondere . E questo perché negli ultimi anni, abbandonata la solipsistica confort zone della scrivania, sto sperimentando in prima persona la grande emozione del disegnare e dipingere all’aperto, del catturare atmosfere standoci dentro, del concedersi un tempo lungo di ricerca di un luogo speciale, di osservazione, di riflessione e di applicazione nel fare immagini in condizioni spesso scomode, con imprevisti, del mettermi alla prova ogni volta che qualcuno si ferma per vedere quello che faccio (i bambini sempre, gli adulti spesso). Tutto questo, alla fine, mi fa stare bene e penso, se ha questo effetto su di me, lo avrà sicuramente anche su altre persone: c’è bisogno di rallentare il passo fino a fermarsi, di concedersi dei modi diversi, delle parentesi di approfondimento, dei momenti che lasciano tracce durature. Chi disegna la facciata di una chiesa, la chioma di un certo albero, un porto, la scultura di una piazza, un volto, lo scorcio di un vicolo… non dimenticherà mai più quell’immagine e si sentirà parte di quel luogo, rimarranno delle tracce che contribuiranno a descrivere un’identità. Fotografare, ormai, per come questo gesto è massificato, non ha la stessa forza emotiva e formativa (e chi scrive è anche una “scattatrice” da smartphone compulsiva). I conti infatti non tornano: la memoria di una scheda non ha, fortunatamente, la quarta dimensione della memoria della testa e del cuore di un essere umano che si accomoda su un pontile e dipinge il mare. Per questo ho iniziato a dire a quelle richieste. È inutile aggiungere che, poi, la quarta dimensione fatta da tante teste a tanti cuori assieme, che disegnano e dipingono, ritagliandosi alcune ore d’inconsueta vicinanza, diventa una dimensione enorme che amplifica tutto e mette in risonanza gli sforzi e il piacere per quello che si sta facendo.

I nostri quattro giorni sono ovviamente volati, come ogni singolo pomeriggio. Avremmo avuto voglia di più luce, che il giorno durasse di più, ma tant’è e il gruppo ha funzionato: nel corso degli appuntamenti è cresciuto, coinvolgendo anche chi non si occupa direttamente della biblioteca, ma della biblioteca segue e apprezza le proposte.

Il primo giorno a Lampedusa è stato il giorno della pioggia, ma ora là c’è una biblioteca confortevole e attrezzata che si fa spazio di aggregazione strutturato, ricco di proposte e che quindi ci ha accolto. È stato il giorno della teoria e dei primi esercizi pratici: campiture, sfumature, velature, scoperta della luce, shock da difficoltà dell’acquerello (guai a chi compra una scatola di acquerelli e non si fa cambiare il bianco! Il bianco è la carta, la luce è la carta!) e un primo esercizio di still life grazie a una preziosa manciata di fossili e conchiglie che Fabio, compagno di Anna e grande conoscitore dell’isola, ci ha prestato.

Il secondo giorno è stato il giorno del porto. Un soggetto geometrico, una barca, dalla forma rigorosa e la rappresentazione dell’acqua.

Il terzo giorno è stato il giorno della natura, del paesaggio: la veduta della scogliera fino al faro, da Cala Pisana.

Il quarto giorno è stato il giorno dell’architettura: il Santuario della Madonna di Porto Salvo.

Non importa se si è neofiti, se tutto è difficile. Il primo scoglio è il disegno e il secondo è l’acquerello, due linguaggi complessi; in pittura, in effetti, è forse proprio quella dell’acquerello la tecnica più complicata. Dicevo, non importa se tutto è complesso, nel momento in cui scatta la magia e si entra nella quarta dimensione, del piacere di essere in quel posto, del piacere di possedere per sempre quell’immagine e, in un certo senso, di appartenere per sempre a quel luogo, il gioco è fatto. A Lampedusa, come ovunque, si capisce bene disegnando come non si è di nessun posto e di tutti i luoghi assieme, basta esserci con consapevolezza, piacere e rispetto. E concedersi un tempo nuovo e diverso, quello del guardarsi attorno e capire.

Adesso lascio ai partecipanti il compito di esercitarsi con un appuntamento, se possibile, la prossima primavera.

Disegnare alla Riserva naturale paludi di Ostiglia 2

Seconda giornata in riserva (qui per sapere della prima).

Soggetto della mattinata: i cespugli di rovo. Ognuno ha scelto un ramo da rappresentare.

Trattare il disegno, come il giorno precedente, ha significato: decidere l’inquadratura, impostare le proporzioni, capire la provenienza della luce. A questo punto, si è passati agli acquerelli.

Diventa fondamentale, avere dimestichezza con le tonalità che si andranno a usare, in caso di incertezze, è bene fare delle prove di stesure dei colori puri e dei colori mescolati o delle velature di toni diversi sovrapposte. È utile anche fare alcune prove di stesure di colore bagnato su una campitura ancora bagnata per sperimentare il comportamento della fusione di colori diversi.

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il disegno del particolare di un ramo di rovo

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Le prove colore

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si inizia a stendere la prima velatura

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il colore in eccesso può essere tamponato

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tutta la prima velatura è stesa

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si possono stendere le ombre e rifinire i particolari

Disegnare alla Riserva naturale paludi di Ostiglia 1

Ebbene sì, ogni tanto i laboratori sono anche rivolti ad adulti.

Stupenda l’occasione di essere alla Riserva di Ostiglia, gestita da Lipu con l’appoggio del Comune di Ostiglia, in questi giorni. Il tempo è splendido, l’aria è piena di profumi, c’è caldo e un fresco piacevole all’ombra, sempre ventilato nei punti più aperti. Le paludi fanno specchio al blu del cielo e la luce è preziosa, come in tutti i luoghi in cui c’è molta acqua.

Ad uso delle corsiste, ecco un piccolo riepilogo, un vademecum del primo incontro. Non sia da prendere come una lezione di disegno, ma come un ricapitolare punto per punto la lezione fatta assieme, che sarebbe molto difficile da descrivere a parole. Tante sono state le cose dette nelle nostre due ore e mezza. In effetti, gli incontri in programma vogliono essere più un laboratorio, un’esperienza (spero intensa), che non un corso, questo meriterebbe ore e… molto studio. Quello che mi auguro è che qualche punto fisso sul “come fare” sia assimilato, che il piacere del disegnare all’aperto, concedersi questo tempo lento nel verde sia arrivato e che resti la voglia di continuare.

Ecco i punti focalizzati:

  1. RICERCA DEL SOGGETTO: nel nostro caso un pioppo (abbiamo anche approfittato della sua ombra per fermarci a disegnare). Una volta individuato il soggetto, questo va studiato, essendo inserito in un contesto, va anche deciso, se “scontornarlo” dallo sfondo (che quindi no verrà rappresentato) o se dedicare tempo per il disegno anche di questo. È una scelta, dipende da quello che si vuole rendere e bisogna essere consapevoli di quello che si vuole per non rimanere in balia di ciò che si rappresenterà.
  2. INQUADRATURA E COMPOSIZIONE: trovato il soggetto, dobbiamo decidere come inquadrarlo. Da vicino? Da lontano? Da che lato? Nel nostro campo (il supporto su cui disegneremo) lo rappresenteremo tutto o in parte? Entrerà anche lo sfondo? Se sì quanto? In generale, si è optato per uno studio dell’albero, riproducendone solo una parte (scelta dovuta anche dalla vicinanza al soggetto.
  3. STRUMENTI GRAFICI E SUPPORTO: si aprirebbe qui un discorso lunghissimo. Gli strumenti e i supporti, e le relative combinazioni potrebbe essere moltissimi. Ho indicato di portare genericamente della carta e alcune matite, facendo attenzione ad avere grafiti più dure e grafiti più morbide. In fin dei conti, disegnare è una sperimentazione continua, bisogna fare delle prove per trovare il proprio metodo espressivo ottimale. È importante sperimentare i propri materiali, e magari tenere degli appunti. Anche proprio sui propri quaderni di schizzi.
  4. PROVENIENZA DELLA LUCE: guardare da dove arriva, significa (ed è intuitivo) ottenere la consapevolezza per cogliere i volumi, cioè rilevare i punti di luce e i punti in ombra (ombre proprie), notare le ombre riportate. Quando si è all’aperto, c’è ovviamente la grande variabile del tempo che passa che cambia la luce: l’illuminazione muta nell’arco del tempo o… possono arrivare delle nuvole a coprire il sole e tutti si appiattisce, ritrovandoci in una condizione di luce diffusa.
  5. TEXTURE: ogni superficie ha un suo andamento. La natura delle superfici, l’interazione con la luce, la sua forma, il suo colore (quando si inserisce questo parametro) descrivono un oggetto di cui si sarà delineata la forma generale n maniera più o meno precisa.

Qui il secondo incontro.

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Individuato il soggetto, ci si posiziona per definire l’inquadratura e la composizione, lo si inizia a studiare: proporzioni, luci e ombre, volumi, inclinazioni, andamenti superficiali, etc.

 

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Provare gli strumenti a disposizione, che siano pochi o molti, è un utile esercizio per trovare quelli ottimali, Tenere le prove funziona come archivio personale.

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Da ricordare l’uso della matita come strumento per rilevare le proporzioni. Si inizia a prenderne una dal soggetto (braccio teso verso l’albero, in questo caso, con il pollice si indicano le quote, appena stabilita la prima, ad esempio qui la larghezza dell’albero, la si paragona a una second adimensione).

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La larghezza del tronco, sta circa tre volte all’altezza del tronco fino all’attaccatura del ramo di sinistra. Misurando vari elementi dell’albero, si possono riportare le proporzioni su carta. La matita, sempre a braccio teso, puntata sul soggetto e poi abbassata sul foglio, serve anche per ottenere evidenze delle inclinazioni.

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Si inizia a rappresentare il volume e la texture, in questo caso i corrugamento della corteccia.

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lo studio del pioppo avrà un aspetto no finito, ma efficace e dettagliata nei punti che si vorranno studiare in profondità. un disegno non finito, può avere comunque un aspetto interessante e molto espressivo.

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Anche le foglie iniziano a essere rappresentate.

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Da vicino: il segno veloce della matita morbida per ottenere gli effetti di ombre e corrugamenti della corteccia nella maniera più rapida. Anche le foglie sono macchie rapide ottenute con la 4B.

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Il disegno è decisamente solo uno studio, si potrebbe ripartire dallo studio per un ulteriore disegno più completo e poi passare al colore. Credo, che, prendendosi un periodo di sperimentazione sia molto utile concentrarsi su dettagli, evitando di ultimarli, in modo da creare su carta e mentalmente un repertorio di immagini che riprendano la varietà della natura.

E ora, buon disegno a tutti!

 

Il verso di un gesto

Capita di rimettere mano alla documentazione, disordinata e parziale, di vecchi laboratori e di rimanere affascinati da quello che i bambini sono in grado di produrre. Per anni non mi sono data una regola precisa nell’archiviare le foto, che, non con poche peripezie, riesco a fare: qui, purtroppo, non sono riuscita a ricostruire da quale lettura io sia partita per arrivare a proporre di rappresentare questo paesaggio. Ma riconosco la mia mania di fare dipingere i bambini col nulla, con strumenti anche poveri sperimentati al massimo delle loro possibilità. E riconosco il lavoro fatto sul gesto.

Spesso mi concentro sul gesto che produce un segno grafico o pittorico, anche facendolo mimare ai bambini, per uscire dalle abitudine che vedono la mano muoversi sempre nello stesso modo.

E poi il gesto ha un peso e un significato, da qui il segno che è significante e diventa esso stesso significato. Tutto concorre quindi alla ricchezza del senso dell’immagine che si produce. Faccio questi ragionamento coi bimbi anche per riproporli a me stessa e provarne le potenzialità Chi disegna e dipinge spesso non è detto che non corra il rischio di abbandonarsi a una monotonia dei gesti che rendono le immagini tutte un po’ uguali.

I gesti, infine hanno una forza o una delicatezza: sfiorano o premono, strofinano o accarezzano, picchiettano o percuotono… l’insieme di tutto quanto detto crea il ductus pittorico, dona significato e espressività. Sono poche le immagini rintracciate per questo laboratorio, purtroppo, ma io le trovo molto significative.