Il verso di un gesto

Capita di rimettere mano alla documentazione, disordinata e parziale, di vecchi laboratori e di rimanere affascinati da quello che i bambini sono in grado di produrre. Per anni non mi sono data una regola precisa nell’archiviare le foto, che, non con poche peripezie, riesco a fare: qui, purtroppo, non sono riuscita a ricostruire da quale lettura io sia partita per arrivare a proporre di rappresentare questo paesaggio. Ma riconosco la mia mania di fare dipingere i bambini col nulla, con strumenti anche poveri sperimentati al massimo delle loro possibilità. E riconosco il lavoro fatto sul gesto.

Spesso mi concentro sul gesto che produce un segno grafico o pittorico, anche facendolo mimare ai bambini, per uscire dalle abitudine che vedono la mano muoversi sempre nello stesso modo.

E poi il gesto ha un peso e un significato, da qui il segno che è significante e diventa esso stesso significato. Tutto concorre quindi alla ricchezza del senso dell’immagine che si produce. Faccio questi ragionamento coi bimbi anche per riproporli a me stessa e provarne le potenzialità Chi disegna e dipinge spesso non è detto che non corra il rischio di abbandonarsi a una monotonia dei gesti che rendono le immagini tutte un po’ uguali.

I gesti, infine hanno una forza o una delicatezza: sfiorano o premono, strofinano o accarezzano, picchiettano o percuotono… l’insieme di tutto quanto detto crea il ductus pittorico, dona significato e espressività. Sono poche le immagini rintracciate per questo laboratorio, purtroppo, ma io le trovo molto significative.

 

 

 

 

 

Di segni, tracce e colori

Anche quest’anno si è concluso uno dei cicli di laboratori a cui sono più affezionata. Sarà che si tratta di una scuola in cui lavoro da quattordici anni. Sarà che si tratta di un percorso lungo: dodici incontri per classe. Sarà che la scuola è in un paese della campagna bolognese a cui sono molto affezionata. Sarà che le “dade” e chi ci lavora mi accoglie con calore e che si tratta di una scuola dell’infanzia in cui sto vedendo passare ondate di fratelli di fratelli di cugini di sorelle… , di figli e nipoti di amici, ma la certezza è che la Scuola Riguzzi di Longara è un posto in cui  vado sempre volentieri.

Quest’anno il percorso comune di tutta la scuola ha avuto come tema le tracce. Assolutamente calzante per una serie di laboratori che vuole avere la creazione di immagini al suo centro. “Tracciare” significa inizialmente segnare una traccia, poi disegnare e, infine, descrivere. Nel termine traccia ho intravisto racchiuso tutto il senso dell’osservare per riconoscere, rappresentare, cogliere e lasciare una memoria.

C’è stato un personaggio guida d’eccezione: il topo dalla coda verde, protagonista del libro omonimo di Leo Lionni edito da Babalibri. La sua coda verde, lasciando tracce del suo passaggio a scuola, ha indicato spesso un luogo in cui lui ci ha lasciato trovare nascosto, di volta in volta, un libro da leggere. E come in un gioco di specchi, la traccia ritrovata si è dimostrata riflesso di altre tracce da evidenziare, ascoltare, vedere e vivere con la rappresentazione vera e propria durante il laboratorio.

Perché partire dai libri? Per fare sì che i bambini “familiarizzino” con questo oggetto meraviglioso: solo vivendo la consuetudine di un ambiente di adulti che leggono per sé e per loro, i bambini, questi potranno avvicinarsi più spontaneamente alla lettura. Credo fermamente che leggere amplifichi le abilità di un essere umano, ne arricchisca l’esperienza, ne acuisca le potenzialità logiche e di relazione. Da anni l’autorevolissimo progetto Nati per leggere parla dell’importanza della lettura a voce alta ai bambini e poi, come spesso racconto, quando mi trovo in una classe di quaranta, cinquanta occhietti sgranati che mi guardano e mi sento chiedere “Che libro hai portato oggi?” capisco le potenzialità che stanno tra le pagine. Si tratta di un impegno lento, inizialmente forse più faticoso, soprattutto se paragonato alla velocità semplice, tutta mordi e fuggi, di molte attrattive contemporanee per bambini, ma loro sono in grado di cogliere il piacere del dipanarsi di una narrazione, nel suo ritmo un po’ d’antan, dei suoi chiaroscuri ben diversi dagli effetti speciali di una app, del suo silenzio altro dai clangori delle suonerie di un oggetto digitale. È la bellezza dell’analogico, un po’ da sudarsi, ma, poi, da non farne più a meno, perché si trova lo spazio al pensiero, all’assimilare profondamente all’interiorizzare.

Ecco dunque un “collage” dei libri letti, con alcune differenze nelle classi dei tre e quattro anni, rispetto alla classe dei cinque.

 

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Senza entrare nel dettaglio dei temi rintracciati e diventati centrali durante i laboratori e del come se ne sia parlato, basterà elencare rapidamente come seguire una traccia sia stato sinonimo di grande attenzione, di abile osservazione, di coraggio nel seguire un percorso pericoloso, di cura nel non farsi abbindolare dalle tracce sbagliate (qui non posso non ricordare il meraviglioso albo Se vuoi vedere una balena, laddove si racconta tutto ciò da cui non bisogna farsi distrarre – tutte situazioni di un lirismo ipnotico e fuorviante – se si vuole vedere il grande cetaceo); ancora, tracce di un tempo da inventare, della magia nella trasformazione di un luogo in un’altro, di un’indole artistica che si manifesta anche in situazioni avverse, di vita e di crescita come quella racchiusa nel seme di un ciliegio, tracce del colore invisibile del vento, di un percorso verso casa, di storie e personaggi da raccontare e narrare nuovamente, di memoria e nostalgia, di un insetto bizzarro che vola ovunque e mai si vede, di canti e musica che abbattono le solitudini di una grande città, di leoni che cercano di capire dove sia il loro posto, di amori piccoli ma forti, di scoperta di cosa sia l’amore.

E così, si è messa mano alle tempere, agli acquerelli, ai pastelli e alle forbici per sperimentare materiali e composizioni su carta o su un manufatto per bloccare le tracce scoperte. Fino all’esperienza conclusiva dell’argilla, materiale antico e amico, la cui grande essenza è proprio quello di trattenere le tracce: dal polpastrello che la foggia ai segni sapienti di strumenti per decorarla.

Allora, ancora una volta, o forse in aggiunta, ecco perché partire dai libri, come spesso mi diverto a dire prima di un laboratorio che ha inizio da una narrazione, perché…

“Le storie nei libri entrano dalle orecchie e arrivano al cuore, e si chiamano sentimenti, vanno alla testa, e si chiamano pensieri, scendono nelle braccia e arrivano alle mani e fanno venire voglia di disegnare“.

E allora che parlino le immagini per racconatre quali siano le tracce di queste storie!

 

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Ecco la bibliografia nel dettaglio:

Leo Lionni, Il topo dalla coda verde, Babalibri, Milano, 2010

Taro Miura, La grande principessa, Fatatrac, 2018

Julie Fogliano e Erin E. Stead, Se vuoi vedere una balena, Babalibri, MI, 2013

Anne Herbauts, L’ora vuota, Fabbri editore, MI, 2003

Anne Brouillard, La grande vague, Grandir, Nimes, 2003

Samantha Friedman e Cristina Amodeo, Il giardino di Matisse, Fatatrac, Bologna, 2016

Myung-Ye Moon, Il ciliegio, Fatatrac, Casalecchio di Reno, 2017

Anne Herbauts, Di che colore è il vento?, Gallucci editore, Roma, 2015

Charlotte Zolotow e Charlotte Voak, Dillo mamma!, Fatatrac, Casalecchio di Reno, 2016

Luisa Mattia e Vittoria Facchini, Per filo e per segno, Donzelli, Roma, 2012

Emma Giuliani, Non ho dimenticato, Timpetill, Cremona, 2015

Ilaria Demonti, Il sogno di Hokusai, Skira kids, Ginevra-Milano, 2016

Gus Gordon, Herman e Rosie, Motta Junior, Firenze, 2015

Beatrice Alemagna, Un leone a Parigi, Donzelli editore, Roma, 2017

Lev Tolstoj e Andrea Rivola, Il vecchio del bosco e i due topolini, Fatatrac, Casalecchio di Reno, 2011

Alice Barberini, Il cane e la luna, Orecchio acerbo, Roma, 2015

Gerda Muller, Indovina che cosa succede, una passeggiata invisibile, Babalibri, Milano, 2001

Edward van de Vendel e Carl Cneut, Un milione di farfalle, Adelphi, Milano, 2007

 

Per una storia corta

“È la storia di una goccia.
Una goccia d’acqua potabile.
È una storia corta…”

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Ancora acqua, da conoscere, indagare e rappresentare. E, inoltre, un’esperienza: l’esperienza del quotidiano e dell’estremamente piccolo e impalpabile, da provare letteralmente sulla propria pelle.
Porto un catino d’acqua in classe e mi siedo a terra coi bambini, cercando di sistemarli in semicerchio di fronte. Chiedo a ognuno di porgermi una manina. Immergendo un dito nel catino, faccio cadere una goccia d’acqua sul dorso di ogni mano tesa davanti a me.

Appena ho concluso di “distribuire” le gocce, ritrovandomi sempre stupita dello stupore dei bambini in questo inizio così banalmente fatto di qualcosa che loro già conoscono alla perfezione, prendo il libro che di lì a breve leggerò. Si tratta di un albo di grande formato, un formato sontuoso di 29,5 cm per 37 cm, quindi immediatamente attraente per i bambini. Il titolo è Storia corta di una goccia , di Beatrice Alemagna, uscito in Italia nel 2010 per i tipi di Donzelli, nella collana Fiabe e storie.

Questo albo mi ha colpito fin da subito per l’attenzione con cui racconta un aspetto minimo della vita di tutti i giorni, ingrandendolo come se il libro fosse una lente: il viaggio di una goccia dal momento in cui cade dal rubinetto fino al momento in cui si troverà espulsa dal cunicolo di tubature, arrivando sull’asfalto.
Si descrive tutto ciò che sta nei primi movimenti della goccia protagonista, quasi una nascita, fino allo staccarsi dal rubinetto, per concludersi in un viaggio breve ma avventuroso e magico, fatto del timore iniziale di qualcuno, sopra le gocce del lavandino, che si sta spazzolando i denti, producendo una schiuma biancastra che non augura nulla di buono, fatto delle danze con le compagne gocce, dell’attraversamento di paesaggi tropicali, dell’incontro di creature mostruose fino a vedere una luce finale. Allora la goccia si ritroverà all’aperto, vicino a una cacca di piccione, una cicca e a un sassolino. E scomparirà.

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“Oggi è un giorno come un altro. Una goccia esce dal rubinetto. Per prima cosa si allunga, poi si gonfia come un palloncino”.
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“La goccia ha paura. Resta nel suo angolo, circondata da centinaia di sorelle gemelle, anche loro mute, terrorizzate, immobili”.

Quanto dura quindi la presenza di una goccia? La risposta è presto detta, perché l’esperienza a questo punto è fatta: la storia è letta, e già si dice che è corta, ma a questo punto basterà chiedere ai bambini di osservare il dorso della propria mano per scoprire che la goccia non c’è più. È volata via? È caduta? È scappata? No, anche i più piccoli potranno dire, o capire perfettamente, che si è asciugata, esattamente come la goccia di Beatrice Alemagna nel suo meraviglioso libro-lente d’ingrandimento.

Finita la lettura, una volta che la goccia è asciutta e ci si è accertati che tutti i bambini si siano accorti (sicuramente i più grandi avranno qualcosa da dire, da aggiungere all’esperienza), porgo a ognuno una goccia di carta bianca e un po’ di colori.

Per leggere del laboratorio, seguire il link.

 

 

Terra per le mani

“La ceramica è un materiale pacifico”.  Mi fa piacere iniziare questo post ricordando le parole di un grande ceramista e un grande divulgatore dell’arte del fare ceramica: Nino Caruso. Di lui sono rimaste sugli scaffali di ogni ceramista in Italia le sue fondamentali pubblicazioni, molte proprio sulla tecnica, e le immancabili registrazioni su videocassette di una serie di documentari prodotti da RAI 3 negli anni Ottanta.

Quelle sopra, quindi, le parole, per definire l’arte a cui si è dedicato una vita intera Caruso, parole usate durante una delle sue ultime interviste in occasione della mostra Scultura ceramica contemporanea in Italia che lo vedeva doppiamente protagonista, tra gli artisti e tra i curatori.
Che la ceramica sia materia carica di pace e pacificazione, lo spiega il maestro raccontando di come abbia affiancato l’uomo per millenni, per facilitarne la vita quotidiana. La ceramica non è mai stata arma, ma suppellettile domestica, in grado di rassicurare le azioni della vita pratica, anche in uno sguardo futuro.
Poi, certo, si è fatta arte e, per essere più precisi e sempre per ricalcare il pensiero di Nino Caruso, si è evoluta in triplice identità: ceramica d’uso, ceramica per architettura e ceramica d’arte. Molto spesso queste tre emanazioni della materia argilla, non sono completamente distinte l’una dall’altra, ma spesso si compenetrano, forse per il denominatore comune, quello della sapienza artigiana, del grande patrimonio manuale che tutte e tra hanno come fondamento.

Nella mia esperienza, fare ceramica coi più piccoli, come anche con gruppi di adulti, crea un’atmosfera sempre particolare. Tutti restano rapiti dal lavoro manuale della terra; sempre ascoltando il pensiero di Caruso, ho pensato che questo si spieghi proprio per il forte senso di pace che evidentemente è connaturato a questo materiale e se ne sprigiona, dando beneficio e soddisfazione.
Creare qualcosa, lentamente, con pazienza, seguendo alcune regole fondamentali, che sanno dare senso ai gesti da compiere con esattezza e misura, come se si attingesse a un patrimonio ereditato dalla storia dell’umanità, che sta lì, silente, e che aspetta solo di essere rievocato e attivato, sa veramente creare un sentimento di benessere. Il mio riscontro, ogni autunno, nel ritrovare gruppi di bambini che già conosco dai laboratori dell’anno precedente, dopo avere fatto tanto altro (letto, guardato, ragionato, disegnato, dipinto, incollato,…), è la loro domanda appena mi vedono: hai portato l’argilla?

Per continuare a leggere, seguire questo link.

Una carrellata di immagini di piccole lastre prodotte con bambini della scuola dell’infanzia.

 

Mantova in blu

È una grande tela, 250 cm x 150 cm, dipinta ad acrilico per la nuova vita di un bambino speciale. La tecnica è quella dell’acrilico, il soggetto la meravigliosa Mantova.

Volendo fare un notturno dall’atmosfera serena e surreale, sono partita dalle prove di colore. Pochi i toni usati: un rosso di fondo, per scaldare l’atmosfera, dare vibrazione e disegnare alcune linee; una serie di blu, il bianco e un tocco di giallo.

 

Trovati i colori adatti, ho iniziato il lavoro sulla tela.

 

Non mi sono preoccupata delle proporzioni esatte della città, ho ripreso il disegno da una fotografia con una quadrettatura di riferimento molto larga e infine ho aggiunto alcuni dettagli surreali.

Qui, il farsi del quadro.

S. Fruttuoso, il mare e il coraggio delle sorelle Avegno

S. Fruttuoso è un luogo magico, di una bellezza che rimbalza tra il cuore e la testa. Merita la levataccia del primo traghetto per raggiungerlo e vederlo deserto o una camminata a piedi, di buon’ora, sul promontorio di Portofino.

Arrivare è come un’ebbrezza di blu e di verde: tutto mare, macchia mediterranea e alberi. Incastonati in questa gola, l’abbazia e il vecchio borgo dei pescatori. La storia e le architetture di questo luogo, tanto  defliato, sono stratificate e mescalte ad alcuni grandi fatti del vecchio continente europeo. Sono almeno un paio gli eventi “maggiori” entro i quali si srotola la storia silenziosa, quella del quotidiano della gente che ha avuto di sicuro dura la vita, qui, tra il mare e la montagna. Uno, come per tutti i luoghi  affascinanti, ha a che fare con il suo mito fondativo. Pare che S. Fruttuso nasca e debba il suo nome al santo omonimo di Tarragona, santo del III secolo: le sue cenerei si dice siano state traslate in questa meravigliosa insenatura nell’VIII secolo, a causa dell’avanzata araba nella pensiola iberica. A compiere l’impresa fu Prospero, allora vescovo di Tarragona, dopo avere ricevuto in sogno le indicazioni dal santo.

Nel Decimo secolo, e per un paio di secoli in seguito, vi si insediò una comunità di frati benedettini che edificarono il grosso dell’attuale abbazia, compresa la grande e suggestiva cupola su tiburio ottagonale, e diedero all’iniseme un certo sapore bizantineggiante. È dal 1200 in poi che la famiglia dei Doria prende il possesso del luogo e lo manterrà fino al 1983, data in cui opterà per la donazione al FAI. Saranno i Doria a costruire il loggiato e il doppio ordine di trifore sulla facciata che tanto caratterizzano S. Fruttuoso, vedendolo dal mare; per inciso la spiaggetta alla base di questa facciata è recente, pare essere il frutto dei detriti  portati a valle e accumulatisi dopo un’alluvione nel 1915. Le trifore a un certo punto saranno muarate (e riscoperte nel 1933) in un genarle rimaneggiamento della struttura religiosa così da ricavare delle case  aggiuntive per gli abitanti del borgo. E in questa fase della storia del complesso religioso, si svolge il secondo grande fatto storico che lega indirettamente S. Frutuoso con il Risorgimento italiano e, addirittura, con la guerra di Crimea. Lo si scopre da alcuni dettagli, durante la visita: nella cripta dedicata alla sepoltura dei Doria, compaiono anche le tombe di due donne che non fanno parte della nobile famiglia ligure. Sono Maria e Caterina Avegno.

Se vedere S. Fruttuso è stata un’emozione, lo è stato ancora di più scoprendone il legame con la storia delle due sorelle Avegno.

Corre l’anno 1855. È il 24 aprile e dal porto di Genova Cavour e Rattazzi salutano la partenza del piroscafo inglese Croesus e del veliero Pedestrian al suo traino. A bordo molti soldati dell’esercito piemontese, medici, infermieri, attrezzature per un ospedale da campo, farmaci, munizioni, esplosivi e tutto quello che può servire per dare manforte agli alleati impegnati nella guerra di Crimea contro l’avanzata russa verso il Mediterraneo. Le condizioni atmosferiche sono proibiteve a causa del forte vento e una manovra errata fa sì che il Croesus speroni il Pedestrian all’altezza di Camogli.  Molto è il carbon fossile stipato del Croesus e i gas esalati innescano un tremendo incendio. L’imbarcazione arriva a fatica nella baia di S. Fruttuso, mentre il Pedestrian riesce a tornare sul suo cammino verso Genova. Il Croesus va a incastrarsi contro lo sperone roccioso che separa le due spiaggette della baia; l’incendio prosegue e i soldati, molti dei quali non in grado di nuotare, si buttano a mare. Sono attimi tremendi. Nel piccolo borgo, probabilmente svuotato da quasi tutti gli uomini, chi imbarcato e chi impegnato in attività legate al commercio della legna, ci sono di certo le donne presenti. Sulla spiaggetta solo due gozzi. In quel momento le sorelle Avegno perendono le due barche e iniziano a remare. Fanno la spola, avanti e indietro dalla nave alla spiaggia e viceversa. Mettono in salvo molti esseri umani. Cercando informazioni non ho trovato le immagini di un gozzo ligure, non so come è fatto, ma una cosa ho capito: che serve forza, fatica di braccia e tanto coraggio per condurlo in mare, e le due sorelle, Maria e Caterina, non si tirnao certo in disparte. Usano tutte le enrgie che due donne possono avere, e forse anche di più. Maria ha di certo in mente il salvataggio dal naufragio del figlio Paolo Oneto, in mari sardi, qualche mese prima. È sicuro che la riconoscenza della madre aggiunge forza alla forza che queste donne di mare già hanno. Le testimonianze che si rintracciano non sono più chiare a questo punto. Si sa solo che purtroppo le due donne rimangono vittime della propria genrosità. Finiscono in mare, trascinate probabilmente dalla disperiazione di chi si aggrappa disordinatamente alle barche per salvarsi. Maria Avegno, madre di ben otto figli, muore subito. Caternia morirà dopo qualche giorno. Ecco, la storia di due donne fuori dal comune, di cui pochi sanno.

Maria ha avuto immediatamente sepoltura nella cripta dei Doria, dentro all’abbazia, per volontà dei membri della famiglia. Dopo qualche giorno anche la sorella Caterina viene tumulata nello stesso luogo. Alla memoria di Maria sono state riconosciute svariate onorificenze: prima donna in Italia a ricevere la medaglia d’oro al valor civile, dall’Inghilterra le fu assegnata la Victoria Cross e un somma di danaro fu data alla famiglia, Cavour le riconobbe la Medaglia d’Oro alla Memoria, il Corriere Mercantile organizzò una sottoscrizione per la famiglia Avegno. A Camogli esiste un belvedere panormaico, chiamato “La rotonda”, intitolato a queste due donne straordinarie.

 

 

Spazio alla natura

“Dov’è l’elefante?
Dov’è il pappagallo?
Dov’è il serpente?”

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Ecco, molto semplicemente, tutto il testo di uno degli ultimi lavori tra i più recenti di Barroux uscito in Italia a marzo 2016 per le Edizioni Clichy, raffinata casa editrice fiorentina, molto attenta anche alla produzione editoriale per i più piccoli.

La storia, diretta e potente, arriva attraverso le immagini e lo fa in maniera efficace e inequivocabile. Si tratta di un’ode alla natura e, soprattutto, alla salvaguardia della natura. Seguendo i tre protagonisti, elefante, pappagallo e serpente, si assiste al disboscamento di una fantasmagorica foresta. Quello che accade è, in parallelo, il sorgere di una città, sempre più grande, sempre più opprimente e sempre più ingiusta e non ingiustificabile per proporzione, bruttezza, devastazione.

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I tre protagonisti e un albero rimangono rinchiusi in questa prigione di cemento, fino a venire realmente ingabbiati in uno zoo.

Da qui sapranno fuggire tutti e tre, albero in spalla, per dirigersi al porto, prendere una barca e raggiungere un’isola o un lembo di terra incontaminata in cui proseguire una vita immersa nella natura.

Un libro che diventa uno strumento straordinario per ragionare con i bambini di paesaggio naturale e paesaggio antropico, di equilibri tra natura e uomo, tra azione umana e gestione dell’ambiente.

Se si costruisce qualcosa, si “ruba” spazio a qualcuno o a qualcos’altro? Se si costruiscono dei palazzi, lo si farà al posto degli alberi di una foresta, ad esempio? Quanto spazio esisterà al mondo? (domanda complessa, ma le risposte potrebbero essere molto interessanti) Sarà possibile continuare a costruire case? Dove sono gli alberi che conosci e che vedi più spesso? Hai mai visto un bosco? Sei mai entrato in un bosco? Perché gli alberi sono importanti? …

Queste e molte altre domande, possono essere il naturale proseguo della lettura di questo libro. I bambini, anche i più piccoli, possono ragionare su questi argomenti. Le risposte che ho ricevuto, facendolo in prima persona, sono state tante: gli alberi sono belli, gli alberi fanno l’ombra d’estate per giocarci sotto, gli alberi fanno respirare, gli alberi fanno i frutti, gli alberi sono case di molti animali e, quindi, non bisogna togliere le case degli animali…

Ragionare di ambiente e di natura con i bambini non solo è possibile, ma è sempre più un dovere.

Ecco alcune immagini tratte dal laboratorio nato dalla lettura di questo bel libro e, per il post completo, basterà cliccare qui.

Per informazioni
ele.baboni@gmail.com

Tuffarsi nei libri

Nella mia esperienza raccontare (e mostrare, attraverso gli albi illustrati) storie d’acqua e di animali (acquatici e non) è sempre un grande espediente per creare trasporto, partecipazione e divertimento anche nei bambini più piccoli.

Che l’acqua porti con sé intrinsecamente un senso di vitalità salvifica?

Ecco allora due tra i libri che preferisco: Guizzino di Leo Lionni, un intramontabile nel catalogo Babalibri e La grande vague (La grande onda) di Anne Brouillard nel catalogo della piccola casa editrice francese Grandir.

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Due capolavori per artisticità, levatura dei contenuti e immediatezza di comunicazione. Il primo è la storia di un piccolo pesce nero, che dopo avere perso il branco divorato da grandi tonni, sa farsi forza e infondere coraggio a un nuovo branco di pesciolini rossi, così da organizzarsi, unendosi, per sconfiggere i più grandi pesci predatori. Il secondo (non spaventatevi se è francese, perché si tratta di un libro di sole immagini, un silent book come viene definita questa tipologia editoriale dagli addetti ai lavori) racconta la storia del mutamento, quasi magico, e del rinnovamento della natura a partire da un incendio, passando attraverso una grande onda (a un certo punto carica di pesci di tutti i colori) che rigenererà una foresta lussureggiante. Due libri che sono inni alla vita, al rispetto, alla convivenza, all’importanza della contemplazione. Non stupitevi se i bambini vi chiederanno di rivederli e rivederli e rivederli.

In più tappe, anche utilizzando più giornate, è possibile pensare di rivivere questi racconti e “immergersi” nei loro immaginari, tuffandosi simbolicamente nei mari che rappresentano con tecniche grafiche e pittoriche semplici, abbordabili, ma con un alto risultato espressivo. Il percorso proposto può essere adattato ad età diverse, sia nei nidi che nelle scuole dell’infanzia.

Per saperne di più, basterà seguire il link al mio blog DIRE FARE GUARDARE sul portale di Giunti Scuola.

 

Per informazioni
ele.baboni@gmail.com