Lied Vom Kindsein e altri angeli impertinenti

Als das Kind Kind war,
ging es mit hängenden Armen,
wollte der Bach sei ein Fluß,
der Fluß sei ein Strom,
und diese Pfütze das Meer.

Als das Kind Kind war,
wußte es nicht, daß es Kind war,
alles war ihm beseelt,
und alle Seelen waren eins.

Als das Kind Kind war,
hatte es von nichts eine Meinung,
hatte keine Gewohnheit,
saß oft im Schneidersitz,
lief aus dem Stand,
hatte einen Wirbel im Haar
und machte kein Gesicht beim fotografieren.

Als das Kind Kind war,
war es die Zeit der folgenden Fragen:
Warum bin ich ich und warum nicht du?
Warum bin ich hier und warum nicht dort?
Wann begann die Zeit und wo endet der Raum?
Ist das Leben unter der Sonne nicht bloß ein Traum?
Ist was ich sehe und höre und rieche
nicht bloß der Schein einer Welt vor der Welt?
Gibt es tatsächlich das Böse und Leute,
die wirklich die Bösen sind?
Wie kann es sein, daß ich, der ich bin,
bevor ich wurde, nicht war,
und daß einmal ich, der ich bin,
nicht mehr der ich bin, sein werde?

Als das Kind Kind war,
würgte es am Spinat, an den Erbsen, am Milchreis,
und am gedünsteten Blumenkohl.
und ißt jetzt das alles und nicht nur zur Not.

Als das Kind Kind war,
erwachte es einmal in einem fremden Bett
und jetzt immer wieder,
erschienen ihm viele Menschen schön
und jetzt nur noch im Glücksfall,
stellte es sich klar ein Paradies vor
und kann es jetzt höchstens ahnen,
konnte es sich Nichts nicht denken

und schaudert heute davor.

Als das Kind Kind war,
spielte es mit Begeisterung
und jetzt, so ganz bei der Sache wie damals, nur noch,
wenn diese Sache seine Arbeit ist.

Als das Kind Kind war,
genügten ihm als Nahrung Apfel, Brot,
und so ist es immer noch.

Als das Kind Kind war,
fielen ihm die Beeren wie nur Beeren in die Hand
und jetzt immer noch,
machten ihm die frischen Walnüsse eine rauhe Zunge
und jetzt immer noch,
hatte es auf jedem Berg
die Sehnsucht nach dem immer höheren Berg,
und in jeder Stadt
die Sehnsucht nach der noch größeren Stadt,
und das ist immer noch so,
griff im Wipfel eines Baums nach dem Kirschen in einemHochgefühl
wie auch heute noch,
eine Scheu vor jedem Fremden
und hat sie immer noch,
wartete es auf den ersten Schnee,
und wartet so immer noch.

Als das Kind Kind war,
warf es einen Stock als Lanze gegen den Baum,
und sie zittert da heute noch.

Peter Handke

 

All’inizio sono arrivati gli angioletto custodi irriverenti, e continueranno ad arrivare.

 

Poi sono arrivati gli altri e tutto il resto, a mescolarsi su questa terra, a vedere i colori, forse a ferirsi e sanguinare o forse solo a vegliare.

DIPINGERE LAMPEDUSA

 

Lampedusa è straordinaria, per motivi che, a volte, si scontrano, opposti e forti uguali, e sembrerebbero annullarsi come due cifre identiche e di segno opposto in un’equazione,

ma non succede e gli opposti restano e raccontano proprio di come Lampedusa sia, appaia e si sveli un luogo inatteso e stupefacente. Così, quando mi è stato chiesto dalle volontarie ormai “storiche” della Biblioteca Ibby per ragazzi, di fare un corso di acquerello, come avrei potuto dire di no?

Per inciso, le volontarie in questione sono Anna Sardone e Paola La Rosa, e ovviamente Deborah Soria anima del progetto, e definirle “storiche” all’interno di un progetto neonato fa parte della questione di meravigliosi opposti dell’isola, che non si annullano affatto, ma, a ben guardare, svelano delle storie, qui appunto quella della nascita di questo luogo tanto necessario e frequentato dai bambini di Lampedusa. Per entrare nell’atmosfera della biblioteca, basterà seguirne il diario di un ospite d’eccezione del progetto, Fabio Stassi, qui.

E così, lasciata andare l’alta stagione, ho iniziato a preparare armi e bagagli. L’acquisto dei materiali materiali (carta e acquerelli) è stato sostenuto da Ibby Italia che cura le attività della biblioteca sezione italiana dell’associazione internazionale che si occupa della diffusione di libri per ragazzi là dove i libri faticano ad arrivare, e i pennelli sono stati donati alla Biblioteca da Borciani e BonazziBorciani e Bonazzi , storica azienda italiana che ha rinnovato produzione e immagine e che, con grande entusiasmo, sostiene operazioni particolari di diffusione delle belle arti.

Alle richieste che nel tempo, di tanto in tanto, mi si facevano avanti “Faresti un corso di disegno? Mi insegneresti a dipingere?” ho sempre risposto senza troppi giri di parole: no! E devo dire che, poi, mi succedeva di notare un certo disappunto da parte dell’interlocutore di turno. La mia risposta ha sempre voluto essere un gesto di onestà, sapendo bene che disegnare (e dipingere) non è cosa semplice, richiede applicazione e tecnica, molto molto tempo da dedicare, diciamo pure, studio, anche per i più dotati; e insegnare, poi, è cosa difficilissima: non ero (ancora penso se lo sono) sicura di esserne all’altezza.

Da alcuni mesi a questa parte, invece, ho cominciato a rispondere . E questo perché negli ultimi anni, abbandonata la solipsistica confort zone della scrivania, sto sperimentando in prima persona la grande emozione del disegnare e dipingere all’aperto, del catturare atmosfere standoci dentro, del concedersi un tempo lungo di ricerca di un luogo speciale, di osservazione, di riflessione e di applicazione nel fare immagini in condizioni spesso scomode, con imprevisti, del mettermi alla prova ogni volta che qualcuno si ferma per vedere quello che faccio (i bambini sempre, gli adulti spesso). Tutto questo, alla fine, mi fa stare bene e penso, se ha questo effetto su di me, lo avrà sicuramente anche su altre persone: c’è bisogno di rallentare il passo fino a fermarsi, di concedersi dei modi diversi, delle parentesi di approfondimento, dei momenti che lasciano tracce durature. Chi disegna la facciata di una chiesa, la chioma di un certo albero, un porto, la scultura di una piazza, un volto, lo scorcio di un vicolo… non dimenticherà mai più quell’immagine e si sentirà parte di quel luogo, rimarranno delle tracce che contribuiranno a descrivere un’identità. Fotografare, ormai, per come questo gesto è massificato, non ha la stessa forza emotiva e formativa (e chi scrive è anche una “scattatrice” da smartphone compulsiva). I conti infatti non tornano: la memoria di una scheda non ha, fortunatamente, la quarta dimensione della memoria della testa e del cuore di un essere umano che si accomoda su un pontile e dipinge il mare. Per questo ho iniziato a dire a quelle richieste. È inutile aggiungere che, poi, la quarta dimensione fatta da tante teste a tanti cuori assieme, che disegnano e dipingono, ritagliandosi alcune ore d’inconsueta vicinanza, diventa una dimensione enorme che amplifica tutto e mette in risonanza gli sforzi e il piacere per quello che si sta facendo.

I nostri quattro giorni sono ovviamente volati, come ogni singolo pomeriggio. Avremmo avuto voglia di più luce, che il giorno durasse di più, ma tant’è e il gruppo ha funzionato: nel corso degli appuntamenti è cresciuto, coinvolgendo anche chi non si occupa direttamente della biblioteca, ma della biblioteca segue e apprezza le proposte.

Il primo giorno a Lampedusa è stato il giorno della pioggia, ma ora là c’è una biblioteca confortevole e attrezzata che si fa spazio di aggregazione strutturato, ricco di proposte e che quindi ci ha accolto. È stato il giorno della teoria e dei primi esercizi pratici: campiture, sfumature, velature, scoperta della luce, shock da difficoltà dell’acquerello (guai a chi compra una scatola di acquerelli e non si fa cambiare il bianco! Il bianco è la carta, la luce è la carta!) e un primo esercizio di still life grazie a una preziosa manciata di fossili e conchiglie che Fabio, compagno di Anna e grande conoscitore dell’isola, ci ha prestato.

Il secondo giorno è stato il giorno del porto. Un soggetto geometrico, una barca, dalla forma rigorosa e la rappresentazione dell’acqua.

Il terzo giorno è stato il giorno della natura, del paesaggio: la veduta della scogliera fino al faro, da Cala Pisana.

Il quarto giorno è stato il giorno dell’architettura: il Santuario della Madonna di Porto Salvo.

Non importa se si è neofiti, se tutto è difficile. Il primo scoglio è il disegno e il secondo è l’acquerello, due linguaggi complessi; in pittura, in effetti, è forse proprio quella dell’acquerello la tecnica più complicata. Dicevo, non importa se tutto è complesso, nel momento in cui scatta la magia e si entra nella quarta dimensione, del piacere di essere in quel posto, del piacere di possedere per sempre quell’immagine e, in un certo senso, di appartenere per sempre a quel luogo, il gioco è fatto. A Lampedusa, come ovunque, si capisce bene disegnando come non si è di nessun posto e di tutti i luoghi assieme, basta esserci con consapevolezza, piacere e rispetto. E concedersi un tempo nuovo e diverso, quello del guardarsi attorno e capire.

Adesso lascio ai partecipanti il compito di esercitarsi con un appuntamento, se possibile, la prossima primavera.

A Lisbona con Cervantes

Sono tornata a Lisbona, almeno idealmente, con l’illustrazione di una tavola per una edizione particolare e limitata de Le peripezie di Persile e Sigismonda di Cervantes.

È stato un lavoro di copia da una stampa antica, ho deciso do non utilizzare l’acquaforte, mi sarebbe servito molto tempo (ora sono pentita, perché ne avrei potuto tirare qualche esemplare). La realizzazione è tutta ad acquerello (Schmincke, i miei preferiti dai tempi della scuola di restauro) su carta Arches con pennello e pennino, come si vede dalle fasi di avanzamento. Un lavoro comunque durato giorni, che posto di seguito e di cui lascio indicazioni per un breve video molto amatoriale.

Il colore della carta differente da immagine a immagine è dovuto al fatto che alcune fotografie sono state scattate con luce naturale e altre con luce artificiale e molto frettolosamente.

 

 

 

A Comacchio manifattura e umanità sanno stare assieme

C’era una volta, e c’è ancora, un posto magico, fatto di mattoni. Quel posto si chiama Manifattura e sta in un luogo speciale, piatto piatto, dove il cielo e il mare si toccano, la luce è tanta o arriva la nebbia e avvolge tutto e ti conviene avere una barca perché potresti anche mettere un piede dove c’è solo acqua. In quel posto ci sono persone che non dimenticano il lavoro dei bisnonni e dei bisbisnonni e continuano farlo con gli occhi attenti di chi sa prendersi cura delle cose e delle persone.

Ho scoperto i Marinati di Comacchio perché adoro la pittura ad acquerello! Lo ammetto.

Ero a una cena di amici. Una coppia di loro era appena rientrata da una gita nel Delta del Po e con simpatia ci offriva una scatola di alici marinate, prese apposta da mangiare assieme, perché d’altronde lo slogan della scatoletta recitava inequivocabilmente: “Le alici per gli amici”.

Inutile dire: buonissime! Ma le prime cose a colpirmi sono state la grafica e una specie di aura, di atmosfera che faceva intravedere qualcosa di speciale, efficace, umano, insomma di imprenditoria sincera e di qualità, che sa tenere assieme le necessità della vita e gli ideali, semplici e nobili della realtà.

L’attenzione, il garbo, la ricerca della bellezza, la suggestione della condivisione, in una parola la cura per un prodotto e un’idea veicolata, erano tutti aspetti che attorno a  quella scatola hanno immediatamente costruito un’atmosfera. E direi anche, un’atmosfera attraente. Ci sono idee che si fanno progetti e, poi, oggetti e che sanno inevitabilmente trasferire al primo sguardo un’anima. Mi sono incuriosita.

È vero, il fatto di vedere l’immagine delicata di un acquerello, per me, è stato un colpo al cuore. Chi usa nel packaging questa delicatezza e questa artisticità? Quasi nessuno ormai. (Le grafiche più belle di prodotti marinati e prodotti sottolio, fino ad ora, le avevo viste in Portogallo).

Nulla, ho fotografato scatola di carta e lattina, per ricordare quelle Alici per gli amici e perché volevo scoprire di chi fosse quell’acquerello, quell’idea di grafica e di contenuti trasmessi. Così, qualche giorno fa, mi sono decisa a scrivere a Marinati di Comacchio, alla  pagina Face Book, che tra l’altro io consiglio di tenere d’occhio per ricevere tutte le informazioni dei loro vari eventi (il prossimo sarebbe giovedì, ma, ahimé io non potrò andare!), magari unendo una gita nel Delta del Po. Ho ricevuto presto una risposta gentile che mi rimandava a un appuntamento telefonico al lunedì pomeriggio successivo.

Ovviamente, a quel punto la curiosità, di cui poi mi sono anche un po’ vergognata e scusata, a quel punto era troppa. E così ho conosciuto e parlato con una persona simpatica, disponibile che mi ha detto “Non ti preoccupare, sai quante telefonate strane ricevo!” e ancora, poco dopo “… il mio lavoro è parlare, fare delle chiacchiere…”. Così ho conosciuto Alessandro Menegatti, laureato in filosofia, poi diventato educatore e ora presidente della cooperativa di tipo B Work and Service. Ecco, svelato tutto, e lo avevo capito: dietro a quell’idea di bellezza, di tradizione, di sapori c’è una realtà che nasce per dedicarsi agli altri. Poi ad Alessandro ho dato anche una faccia e ho ascoltato altre cose sulla cooperativa; vale la pena vedersi questo video.

In tutta velocità gli faccio cento domande e scopro che l’illustrazione è di Sonja Astolz, olandese, di origine, coinvolta grazie a un progetto ministeriale di valorizzazione dei giovani talenti. Sonja è un talento, ma non cercatela in rete, di lei, purtroppo non si trova nulla. Ha fatto una scelta forte: è diventata monaca di clausura, quindi niente siti, niente social. So che è a Fano, Alessandro e gli altri della cooperativa sono anche stati a trovarla. A me resta la curiosità di sapere se dipinge ancora. La grafica è di Alice Vaccari. Lei la si può anche incontrare a Comacchio: è un architetto, ma fa l’educatrice in cooperativa, allargando le sue mansioni ai progetti grafici della coopertiva,  sapienti, attenti, bellissimi.

La grafica della produzione legata alla conservazione dell’anguilla, che è un importante presidio slow food, è quella di un tempo, ereditata. Eh sì, perché la cooperativa ha una concessione per l’utilizzo della manifattura e per la lavorazione delle anguille del Delta, stipulata proprio con il Parco del Delta del Po, che è patrimonio UNESCO non scordiamolo, e in questa concessione hanno avuto l’accortezza di impegnarsi a recuperare e  mantenere anche il vecchio aspetto del packaging. Chi, se non gente che sa conservare, si può occupare di conservazione di un’estetica di pregio anche nell’aspetto dei contenitori dei propri prodotti di qualità?

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Le Alici Marinate sono di nascita recente e in 7 mesi, ci tiene molto a sottolineare Alessandro, ne sono state prodotte 8000 lattine: un numero elevatissimo se si tiene conto dell’artigianalità totale della filiera di lavorazione che si vede nel bellissimo video realizzato dallo studio Tobe con le musiche di Marcelo Cesena, un’immersione totale nell’atmosfera tra cielo, mare e mattoni della Manifattura di Comacchio. Sì, anche i mattoni voglio ricordare! Perché la manifattura stessa è un luogo degli occhi e del cuore: vedere link e fotografie per credere!

Poi, siccome la lavorazione dell’anguilla è strettamente stagionale,  (la produzione delle alici marinate è infatti arrivata per introdurre lavoro in momenti morti dell’anno), la cooperativa, per valorizzare ancora di più questa impresa che unisce storia, tradizione, economia, dignità e bellezza, sta per inventarsi alcuni nuovi prodotti (sarde e acciughe) che sapranno sicuramente deliziare palato e occhi.

Veramente bravi tutti, e, ora, a me resta solo la curiosità di andare di persona, prendo in parola l’invito di Alessandro! E mi porterò i miei acquerelli, dipingere Comacchio deve essere molto divertente.

Tutte le immagini sono di proprietà de I marinati di Comacchio.

Disegnare alla Riserva naturale paludi di Ostiglia 2

Seconda giornata in riserva (qui per sapere della prima).

Soggetto della mattinata: i cespugli di rovo. Ognuno ha scelto un ramo da rappresentare.

Trattare il disegno, come il giorno precedente, ha significato: decidere l’inquadratura, impostare le proporzioni, capire la provenienza della luce. A questo punto, si è passati agli acquerelli.

Diventa fondamentale, avere dimestichezza con le tonalità che si andranno a usare, in caso di incertezze, è bene fare delle prove di stesure dei colori puri e dei colori mescolati o delle velature di toni diversi sovrapposte. È utile anche fare alcune prove di stesure di colore bagnato su una campitura ancora bagnata per sperimentare il comportamento della fusione di colori diversi.

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il disegno del particolare di un ramo di rovo
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Le prove colore
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si inizia a stendere la prima velatura
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il colore in eccesso può essere tamponato
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tutta la prima velatura è stesa
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si possono stendere le ombre e rifinire i particolari

S. Fruttuoso, il mare e il coraggio delle sorelle Avegno

S. Fruttuoso è un luogo magico, di una bellezza che rimbalza tra il cuore e la testa. Merita la levataccia del primo traghetto per raggiungerlo e vederlo deserto o una camminata a piedi, di buon’ora, sul promontorio di Portofino.

Arrivare è come un’ebbrezza di blu e di verde: tutto mare, macchia mediterranea e alberi. Incastonati in questa gola, l’abbazia e il vecchio borgo dei pescatori. La storia e le architetture di questo luogo, tanto  defliato, sono stratificate e mescalte ad alcuni grandi fatti del vecchio continente europeo. Sono almeno un paio gli eventi “maggiori” entro i quali si srotola la storia silenziosa, quella del quotidiano della gente che ha avuto di sicuro dura la vita, qui, tra il mare e la montagna. Uno, come per tutti i luoghi  affascinanti, ha a che fare con il suo mito fondativo. Pare che S. Fruttuso nasca e debba il suo nome al santo omonimo di Tarragona, santo del III secolo: le sue cenerei si dice siano state traslate in questa meravigliosa insenatura nell’VIII secolo, a causa dell’avanzata araba nella pensiola iberica. A compiere l’impresa fu Prospero, allora vescovo di Tarragona, dopo avere ricevuto in sogno le indicazioni dal santo.

Nel Decimo secolo, e per un paio di secoli in seguito, vi si insediò una comunità di frati benedettini che edificarono il grosso dell’attuale abbazia, compresa la grande e suggestiva cupola su tiburio ottagonale, e diedero all’iniseme un certo sapore bizantineggiante. È dal 1200 in poi che la famiglia dei Doria prende il possesso del luogo e lo manterrà fino al 1983, data in cui opterà per la donazione al FAI. Saranno i Doria a costruire il loggiato e il doppio ordine di trifore sulla facciata che tanto caratterizzano S. Fruttuoso, vedendolo dal mare; per inciso la spiaggetta alla base di questa facciata è recente, pare essere il frutto dei detriti  portati a valle e accumulatisi dopo un’alluvione nel 1915. Le trifore a un certo punto saranno muarate (e riscoperte nel 1933) in un genarle rimaneggiamento della struttura religiosa così da ricavare delle case  aggiuntive per gli abitanti del borgo. E in questa fase della storia del complesso religioso, si svolge il secondo grande fatto storico che lega indirettamente S. Frutuoso con il Risorgimento italiano e, addirittura, con la guerra di Crimea. Lo si scopre da alcuni dettagli, durante la visita: nella cripta dedicata alla sepoltura dei Doria, compaiono anche le tombe di due donne che non fanno parte della nobile famiglia ligure. Sono Maria e Caterina Avegno.

Se vedere S. Fruttuso è stata un’emozione, lo è stato ancora di più scoprendone il legame con la storia delle due sorelle Avegno.

Corre l’anno 1855. È il 24 aprile e dal porto di Genova Cavour e Rattazzi salutano la partenza del piroscafo inglese Croesus e del veliero Pedestrian al suo traino. A bordo molti soldati dell’esercito piemontese, medici, infermieri, attrezzature per un ospedale da campo, farmaci, munizioni, esplosivi e tutto quello che può servire per dare manforte agli alleati impegnati nella guerra di Crimea contro l’avanzata russa verso il Mediterraneo. Le condizioni atmosferiche sono proibiteve a causa del forte vento e una manovra errata fa sì che il Croesus speroni il Pedestrian all’altezza di Camogli.  Molto è il carbon fossile stipato del Croesus e i gas esalati innescano un tremendo incendio. L’imbarcazione arriva a fatica nella baia di S. Fruttuso, mentre il Pedestrian riesce a tornare sul suo cammino verso Genova. Il Croesus va a incastrarsi contro lo sperone roccioso che separa le due spiaggette della baia; l’incendio prosegue e i soldati, molti dei quali non in grado di nuotare, si buttano a mare. Sono attimi tremendi. Nel piccolo borgo, probabilmente svuotato da quasi tutti gli uomini, chi imbarcato e chi impegnato in attività legate al commercio della legna, ci sono di certo le donne presenti. Sulla spiaggetta solo due gozzi. In quel momento le sorelle Avegno perendono le due barche e iniziano a remare. Fanno la spola, avanti e indietro dalla nave alla spiaggia e viceversa. Mettono in salvo molti esseri umani. Cercando informazioni non ho trovato le immagini di un gozzo ligure, non so come è fatto, ma una cosa ho capito: che serve forza, fatica di braccia e tanto coraggio per condurlo in mare, e le due sorelle, Maria e Caterina, non si tirnao certo in disparte. Usano tutte le enrgie che due donne possono avere, e forse anche di più. Maria ha di certo in mente il salvataggio dal naufragio del figlio Paolo Oneto, in mari sardi, qualche mese prima. È sicuro che la riconoscenza della madre aggiunge forza alla forza che queste donne di mare già hanno. Le testimonianze che si rintracciano non sono più chiare a questo punto. Si sa solo che purtroppo le due donne rimangono vittime della propria genrosità. Finiscono in mare, trascinate probabilmente dalla disperiazione di chi si aggrappa disordinatamente alle barche per salvarsi. Maria Avegno, madre di ben otto figli, muore subito. Caternia morirà dopo qualche giorno. Ecco, la storia di due donne fuori dal comune, di cui pochi sanno.

Maria ha avuto immediatamente sepoltura nella cripta dei Doria, dentro all’abbazia, per volontà dei membri della famiglia. Dopo qualche giorno anche la sorella Caterina viene tumulata nello stesso luogo. Alla memoria di Maria sono state riconosciute svariate onorificenze: prima donna in Italia a ricevere la medaglia d’oro al valor civile, dall’Inghilterra le fu assegnata la Victoria Cross e un somma di danaro fu data alla famiglia, Cavour le riconobbe la Medaglia d’Oro alla Memoria, il Corriere Mercantile organizzò una sottoscrizione per la famiglia Avegno. A Camogli esiste un belvedere panormaico, chiamato “La rotonda”, intitolato a queste due donne straordinarie.

 

 

Il violino

C’era una volta… un contadino che pensava di avere un figlio poco intelligente e non sapeva cosa fargli fare nella vita.

Per giunta la matrigna, essendosi egli risposato, detestava questo ragazzo e cercava in tutti i modi di allontanarlo. Non sapendo che pesci pigliare, chiamò un frate e gli chiese di trovare una soluzione per toglier loro di torno quello stupido ragazzo. Il frate propose di accoglierlo in convento e di proporgli un’occupazione.

Condotto con sé il ragazzo, il frate gli affidò alcune pecore da portare al pascolo e gli diede una borsa di pane sufficiente per nutrirlo due giorni, dicendogli che al terzo giorno lo avrebbe raggiunto.

Il giovane pastorello obbedisce di buon grado e, raggiunto il pascolo, accudisce le oecore canticchiando allegramente e sbocconcellando il suo pane all’ombra di una bella pianta. In quel momento, passa di là…

Alcune illustrazioni per un testo del folklorista Isaia Visentini, presente nella raccolta di Fiabe mantovane, di cui ho altre tavole in questo post.

 

Per informazioni
ele.baboni@gmail.com

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Studio di volti con tecnica all’acqua (inchiostri, ecoline e acquerello) su taccuino Morgantina. La carta non è adatta per questa tecnica, ma il risultato, con tratti veloci e pochi passaggi, rende il supporto interessante: si creano ondulazioni.

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Inoltre i fogli restano separati e tendono a scricchiolare al tatto.

L’effetto più interessante, però, è forse quello della trasparenza, così che l’immagine di una pagina sembra dialogare con quella precedente.

 

 

 

 

Per informazioni
ele.baboni@gmail.com

Un acquerello oggetto

Un foglio e delle semplici pieghe fanno un oggetto, come già negli esempi presentati qui.

Aggiungendo l’impressione di una matrice, sulla scorta delle molteplici esperienze fatte con Le MagnificheEditrici, ecco ottenuto l’acquerello porta-orecchini le cui fasi di realizzazione sono riportate qui sotto. Iconografia, immaginario e uso degli elementi tecnici sono gli stessi dell’alfabetiere in corso di realizzazione.

Tecnica: acquerello e acrilico liquido su Fabriano Rosaspina, 35 cm x 18 cm (circa)

Per informazioni
ele.baboni@gmail.com

Sotto lo stesso cielo

Testo e immagini inediti per un vecchissimo progetto di libro:

 

Mi chiamo Odilla e mi piace danzare

La nonna, un giorno, mi ha raccontato un segreto: quando hai una passione, come per me è ballare, e ti impegni tanto, poi succedono cose straordinarie.

Così io penso che quando saprò ballare benissimo, potrò fare delle magie. Non vedo l’ora!

Sono nata in una campagna così piatta da riuscire a vedere le cupole e le torri della città: che sta a dodici chilometri da qui!

Il mio paese sta tra due fiumi che sembrano due braccia che stringono.

D’inverno l’acqua che scorre diventa così spessa da riempire tutta l’aria attorno e io non vedo più il profilo della città, neppure se mi metto in punta di piedi. A dire il vero, non vedo neanche la casa di fronte.

La mia compagna di banco invece sì, la vedo sempre; tanto nella scuola la nebbia non entra mai. Noi stiamo molto vicine, così riusciamo a fare un disegnoindue: un pezzo io e un pezzo lei, un pezzo io e un pezzo lei. E poi ne facciamo un altro.

Lei si chiama Selma; è nata in un posto lontano che neanche mi immagino come può essere: il Marocco, vicino al deserto, dove ci sono le oasi…