In punta di pennello: dal guardare al fare.

Osservare un dipinto sconosciuto, come anche attardarsi su un’opera già nota, non dovrebbe mai essere vissuto come un’azione complessa, astrusa o addirittura noiosa. Ogni quadro racchiude molte storie: del dipinto in sé, dell’artista che lo ha prodotto, del mondo attorno a lui e delle tecniche, dei materiali usati.

Ci sono artisti che ci lasciano addirittura riconoscere i loro gesti, “la loro mano” come si usa dire. Scoprire queste storie, significa aggrapparsi a dei fili che ci avvicinano al mondo dell’arte e del fare artistico: alcune si ottengono prendendo informazioni, studiando; altre, quelle forse più importanti per avvicinare i bambini al piacere dell’arte, arrivano guardando con cura l’insieme della composizione alla ricerca dei suoi dettagli.

Dalla visione di un dipinto è possibile lasciare scorrere delle narrazioni che descrivono ciò che si vede e l’idea di poter cogliere degli spunti della produzione di immagini, sia che si tratti di modi nuovi per veicolari contenuti che spunti per l’utilizzo di una tecnica grafica, pittorica, plastica.

Nell’articolo MILLE PUNTI… DI TUTTI I COLORI. su SIM di ottobre 2019, la mia idea è di partire dall’analisi del dipinto “Campo di erba a Saint Denis” di Georges Seurat per entrare nel vivo di un esercizio fatto di comprensione che nasce dall’osservazione e poi dalla pratica pittorica esaltando la forza creatrice del punto e del segno colorato. Per sapere di più, sarà possibile seguire la rivista, a partire da qui.

Georges Pierre Seurat, Campo di erba medica a Saint Denis, 1885, olio su tela, 65 cm x 81 cm, National Gallery of Scotland, Edimburgo.

Dall’analisi del dipinto a una serie di percorsi laboratoriali per sperimentare il punto e il segno colorati.

Da un mastello di ritagli…

… a un giardino molto speciale!

Sono i resti di altri laboratori i materiali protagonisti: tutti i verdi reperibili e un tocco di rosso.

La carta può essere usata così come viene trovata, può essere ritagliata, strappata, stropicciata, piegata e, poi, incollata. Viene cercata, guardata, studiata. È tutto un andarivieni dal mastello blu!

Per ogni coppia di mani, un papavero diverso che verrà collocato in un giardino molto speciale, dove i bambini avranno posto la loro attenzione sul rappresentare piante anche totalmente immaginifiche, ma con forme e peculiarità diverse le une dalle altre.

E se in fondo in fondo al giardino ci fosse una casa, come apparirebbe? Molto piccola, anche più piccola di un papavero, perché se si ragiona coi bimbi della scuola dell’ìinfanzia su quello che è vicino e quello che è lontano, si può anche arrivare a creare una piccola preziosa esperienza sulle dimensioni del primo piano e dello sfondo. Si rappresenta la lontananza.

Con i resti dei resti, poi, è possibile comporre un campo pieno di papaveri e portare l’esperienza artistica nei luoghi dell’astrazione.

Costruire libri a mo’ di sculture

Tra il 2018 e il 2019, mi sono trovata a fare vari workshop, sia per bambini che per adulti, legati alla costruzione di libri unici.

In questi incontri, che siano per adulti che lavorano con bambini e ragazzi (insegnati, educatori, bibliotecari) o che siano oer gruppi classe, trovo fondamentale organizzare lo spazio come un vero laboratorio: con tutti i materiali preparati e a vista e, ovviamente, con uno luogo deputato all’esposizione dei prototipi già pronti (si tratta di un piccolo fondo, in aumento col tempo, di miei prototipi personali, sia di libri che di studi di piegature particolari, pop-up, origami, kirigami).

I prototipi diventano sussidi fondamentali per il workshop: danno immediatamente l’idea di quello che si può fare con la carta e, inoltre, possono essere osservati, maneggiati, fotografato, quindi studiati e archiviati come modelli possibili.

DIPINGERE LAMPEDUSA

 

Lampedusa è straordinaria, per motivi che, a volte, si scontrano, opposti e forti uguali, e sembrerebbero annullarsi come due cifre identiche e di segno opposto in un’equazione,

ma non succede e gli opposti restano e raccontano proprio di come Lampedusa sia, appaia e si sveli un luogo inatteso e stupefacente. Così, quando mi è stato chiesto dalle volontarie ormai “storiche” della Biblioteca Ibby per ragazzi, di fare un corso di acquerello, come avrei potuto dire di no?

Per inciso, le volontarie in questione sono Anna Sardone e Paola La Rosa, e ovviamente Deborah Soria anima del progetto, e definirle “storiche” all’interno di un progetto neonato fa parte della questione di meravigliosi opposti dell’isola, che non si annullano affatto, ma, a ben guardare, svelano delle storie, qui appunto quella della nascita di questo luogo tanto necessario e frequentato dai bambini di Lampedusa. Per entrare nell’atmosfera della biblioteca, basterà seguirne il diario di un ospite d’eccezione del progetto, Fabio Stassi, qui.

E così, lasciata andare l’alta stagione, ho iniziato a preparare armi e bagagli. L’acquisto dei materiali materiali (carta e acquerelli) è stato sostenuto da Ibby Italia che cura le attività della biblioteca sezione italiana dell’associazione internazionale che si occupa della diffusione di libri per ragazzi là dove i libri faticano ad arrivare, e i pennelli sono stati donati alla Biblioteca da Borciani e BonazziBorciani e Bonazzi , storica azienda italiana che ha rinnovato produzione e immagine e che, con grande entusiasmo, sostiene operazioni particolari di diffusione delle belle arti.

Alle richieste che nel tempo, di tanto in tanto, mi si facevano avanti “Faresti un corso di disegno? Mi insegneresti a dipingere?” ho sempre risposto senza troppi giri di parole: no! E devo dire che, poi, mi succedeva di notare un certo disappunto da parte dell’interlocutore di turno. La mia risposta ha sempre voluto essere un gesto di onestà, sapendo bene che disegnare (e dipingere) non è cosa semplice, richiede applicazione e tecnica, molto molto tempo da dedicare, diciamo pure, studio, anche per i più dotati; e insegnare, poi, è cosa difficilissima: non ero (ancora penso se lo sono) sicura di esserne all’altezza.

Da alcuni mesi a questa parte, invece, ho cominciato a rispondere . E questo perché negli ultimi anni, abbandonata la solipsistica confort zone della scrivania, sto sperimentando in prima persona la grande emozione del disegnare e dipingere all’aperto, del catturare atmosfere standoci dentro, del concedersi un tempo lungo di ricerca di un luogo speciale, di osservazione, di riflessione e di applicazione nel fare immagini in condizioni spesso scomode, con imprevisti, del mettermi alla prova ogni volta che qualcuno si ferma per vedere quello che faccio (i bambini sempre, gli adulti spesso). Tutto questo, alla fine, mi fa stare bene e penso, se ha questo effetto su di me, lo avrà sicuramente anche su altre persone: c’è bisogno di rallentare il passo fino a fermarsi, di concedersi dei modi diversi, delle parentesi di approfondimento, dei momenti che lasciano tracce durature. Chi disegna la facciata di una chiesa, la chioma di un certo albero, un porto, la scultura di una piazza, un volto, lo scorcio di un vicolo… non dimenticherà mai più quell’immagine e si sentirà parte di quel luogo, rimarranno delle tracce che contribuiranno a descrivere un’identità. Fotografare, ormai, per come questo gesto è massificato, non ha la stessa forza emotiva e formativa (e chi scrive è anche una “scattatrice” da smartphone compulsiva). I conti infatti non tornano: la memoria di una scheda non ha, fortunatamente, la quarta dimensione della memoria della testa e del cuore di un essere umano che si accomoda su un pontile e dipinge il mare. Per questo ho iniziato a dire a quelle richieste. È inutile aggiungere che, poi, la quarta dimensione fatta da tante teste a tanti cuori assieme, che disegnano e dipingono, ritagliandosi alcune ore d’inconsueta vicinanza, diventa una dimensione enorme che amplifica tutto e mette in risonanza gli sforzi e il piacere per quello che si sta facendo.

I nostri quattro giorni sono ovviamente volati, come ogni singolo pomeriggio. Avremmo avuto voglia di più luce, che il giorno durasse di più, ma tant’è e il gruppo ha funzionato: nel corso degli appuntamenti è cresciuto, coinvolgendo anche chi non si occupa direttamente della biblioteca, ma della biblioteca segue e apprezza le proposte.

Il primo giorno a Lampedusa è stato il giorno della pioggia, ma ora là c’è una biblioteca confortevole e attrezzata che si fa spazio di aggregazione strutturato, ricco di proposte e che quindi ci ha accolto. È stato il giorno della teoria e dei primi esercizi pratici: campiture, sfumature, velature, scoperta della luce, shock da difficoltà dell’acquerello (guai a chi compra una scatola di acquerelli e non si fa cambiare il bianco! Il bianco è la carta, la luce è la carta!) e un primo esercizio di still life grazie a una preziosa manciata di fossili e conchiglie che Fabio, compagno di Anna e grande conoscitore dell’isola, ci ha prestato.

Il secondo giorno è stato il giorno del porto. Un soggetto geometrico, una barca, dalla forma rigorosa e la rappresentazione dell’acqua.

Il terzo giorno è stato il giorno della natura, del paesaggio: la veduta della scogliera fino al faro, da Cala Pisana.

Il quarto giorno è stato il giorno dell’architettura: il Santuario della Madonna di Porto Salvo.

Non importa se si è neofiti, se tutto è difficile. Il primo scoglio è il disegno e il secondo è l’acquerello, due linguaggi complessi; in pittura, in effetti, è forse proprio quella dell’acquerello la tecnica più complicata. Dicevo, non importa se tutto è complesso, nel momento in cui scatta la magia e si entra nella quarta dimensione, del piacere di essere in quel posto, del piacere di possedere per sempre quell’immagine e, in un certo senso, di appartenere per sempre a quel luogo, il gioco è fatto. A Lampedusa, come ovunque, si capisce bene disegnando come non si è di nessun posto e di tutti i luoghi assieme, basta esserci con consapevolezza, piacere e rispetto. E concedersi un tempo nuovo e diverso, quello del guardarsi attorno e capire.

Adesso lascio ai partecipanti il compito di esercitarsi con un appuntamento, se possibile, la prossima primavera.

Il verso di un gesto

Capita di rimettere mano alla documentazione, disordinata e parziale, di vecchi laboratori e di rimanere affascinati da quello che i bambini sono in grado di produrre. Per anni non mi sono data una regola precisa nell’archiviare le foto, che, non con poche peripezie, riesco a fare: qui, purtroppo, non sono riuscita a ricostruire da quale lettura io sia partita per arrivare a proporre di rappresentare questo paesaggio. Ma riconosco la mia mania di fare dipingere i bambini col nulla, con strumenti anche poveri sperimentati al massimo delle loro possibilità. E riconosco il lavoro fatto sul gesto.

Spesso mi concentro sul gesto che produce un segno grafico o pittorico, anche facendolo mimare ai bambini, per uscire dalle abitudine che vedono la mano muoversi sempre nello stesso modo.

E poi il gesto ha un peso e un significato, da qui il segno che è significante e diventa esso stesso significato. Tutto concorre quindi alla ricchezza del senso dell’immagine che si produce. Faccio questi ragionamento coi bimbi anche per riproporli a me stessa e provarne le potenzialità Chi disegna e dipinge spesso non è detto che non corra il rischio di abbandonarsi a una monotonia dei gesti che rendono le immagini tutte un po’ uguali.

I gesti, infine hanno una forza o una delicatezza: sfiorano o premono, strofinano o accarezzano, picchiettano o percuotono… l’insieme di tutto quanto detto crea il ductus pittorico, dona significato e espressività. Sono poche le immagini rintracciate per questo laboratorio, purtroppo, ma io le trovo molto significative.

 

 

 

 

 

Di segni, tracce e colori

Anche quest’anno si è concluso uno dei cicli di laboratori a cui sono più affezionata. Sarà che si tratta di una scuola in cui lavoro da quattordici anni. Sarà che si tratta di un percorso lungo: dodici incontri per classe. Sarà che la scuola è in un paese della campagna bolognese a cui sono molto affezionata. Sarà che le “dade” e chi ci lavora mi accoglie con calore e che si tratta di una scuola dell’infanzia in cui sto vedendo passare ondate di fratelli di fratelli di cugini di sorelle… , di figli e nipoti di amici, ma la certezza è che la Scuola Riguzzi di Longara è un posto in cui  vado sempre volentieri.

Quest’anno il percorso comune di tutta la scuola ha avuto come tema le tracce. Assolutamente calzante per una serie di laboratori che vuole avere la creazione di immagini al suo centro. “Tracciare” significa inizialmente segnare una traccia, poi disegnare e, infine, descrivere. Nel termine traccia ho intravisto racchiuso tutto il senso dell’osservare per riconoscere, rappresentare, cogliere e lasciare una memoria.

C’è stato un personaggio guida d’eccezione: il topo dalla coda verde, protagonista del libro omonimo di Leo Lionni edito da Babalibri. La sua coda verde, lasciando tracce del suo passaggio a scuola, ha indicato spesso un luogo in cui lui ci ha lasciato trovare nascosto, di volta in volta, un libro da leggere. E come in un gioco di specchi, la traccia ritrovata si è dimostrata riflesso di altre tracce da evidenziare, ascoltare, vedere e vivere con la rappresentazione vera e propria durante il laboratorio.

Perché partire dai libri? Per fare sì che i bambini “familiarizzino” con questo oggetto meraviglioso: solo vivendo la consuetudine di un ambiente di adulti che leggono per sé e per loro, i bambini, questi potranno avvicinarsi più spontaneamente alla lettura. Credo fermamente che leggere amplifichi le abilità di un essere umano, ne arricchisca l’esperienza, ne acuisca le potenzialità logiche e di relazione. Da anni l’autorevolissimo progetto Nati per leggere parla dell’importanza della lettura a voce alta ai bambini e poi, come spesso racconto, quando mi trovo in una classe di quaranta, cinquanta occhietti sgranati che mi guardano e mi sento chiedere “Che libro hai portato oggi?” capisco le potenzialità che stanno tra le pagine. Si tratta di un impegno lento, inizialmente forse più faticoso, soprattutto se paragonato alla velocità semplice, tutta mordi e fuggi, di molte attrattive contemporanee per bambini, ma loro sono in grado di cogliere il piacere del dipanarsi di una narrazione, nel suo ritmo un po’ d’antan, dei suoi chiaroscuri ben diversi dagli effetti speciali di una app, del suo silenzio altro dai clangori delle suonerie di un oggetto digitale. È la bellezza dell’analogico, un po’ da sudarsi, ma, poi, da non farne più a meno, perché si trova lo spazio al pensiero, all’assimilare profondamente all’interiorizzare.

Ecco dunque un “collage” dei libri letti, con alcune differenze nelle classi dei tre e quattro anni, rispetto alla classe dei cinque.

 

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Senza entrare nel dettaglio dei temi rintracciati e diventati centrali durante i laboratori e del come se ne sia parlato, basterà elencare rapidamente come seguire una traccia sia stato sinonimo di grande attenzione, di abile osservazione, di coraggio nel seguire un percorso pericoloso, di cura nel non farsi abbindolare dalle tracce sbagliate (qui non posso non ricordare il meraviglioso albo Se vuoi vedere una balena, laddove si racconta tutto ciò da cui non bisogna farsi distrarre – tutte situazioni di un lirismo ipnotico e fuorviante – se si vuole vedere il grande cetaceo); ancora, tracce di un tempo da inventare, della magia nella trasformazione di un luogo in un’altro, di un’indole artistica che si manifesta anche in situazioni avverse, di vita e di crescita come quella racchiusa nel seme di un ciliegio, tracce del colore invisibile del vento, di un percorso verso casa, di storie e personaggi da raccontare e narrare nuovamente, di memoria e nostalgia, di un insetto bizzarro che vola ovunque e mai si vede, di canti e musica che abbattono le solitudini di una grande città, di leoni che cercano di capire dove sia il loro posto, di amori piccoli ma forti, di scoperta di cosa sia l’amore.

E così, si è messa mano alle tempere, agli acquerelli, ai pastelli e alle forbici per sperimentare materiali e composizioni su carta o su un manufatto per bloccare le tracce scoperte. Fino all’esperienza conclusiva dell’argilla, materiale antico e amico, la cui grande essenza è proprio quello di trattenere le tracce: dal polpastrello che la foggia ai segni sapienti di strumenti per decorarla.

Allora, ancora una volta, o forse in aggiunta, ecco perché partire dai libri, come spesso mi diverto a dire prima di un laboratorio che ha inizio da una narrazione, perché…

“Le storie nei libri entrano dalle orecchie e arrivano al cuore, e si chiamano sentimenti, vanno alla testa, e si chiamano pensieri, scendono nelle braccia e arrivano alle mani e fanno venire voglia di disegnare“.

E allora che parlino le immagini per racconatre quali siano le tracce di queste storie!

 

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Ecco la bibliografia nel dettaglio:

Leo Lionni, Il topo dalla coda verde, Babalibri, Milano, 2010

Taro Miura, La grande principessa, Fatatrac, 2018

Julie Fogliano e Erin E. Stead, Se vuoi vedere una balena, Babalibri, MI, 2013

Anne Herbauts, L’ora vuota, Fabbri editore, MI, 2003

Anne Brouillard, La grande vague, Grandir, Nimes, 2003

Samantha Friedman e Cristina Amodeo, Il giardino di Matisse, Fatatrac, Bologna, 2016

Myung-Ye Moon, Il ciliegio, Fatatrac, Casalecchio di Reno, 2017

Anne Herbauts, Di che colore è il vento?, Gallucci editore, Roma, 2015

Charlotte Zolotow e Charlotte Voak, Dillo mamma!, Fatatrac, Casalecchio di Reno, 2016

Luisa Mattia e Vittoria Facchini, Per filo e per segno, Donzelli, Roma, 2012

Emma Giuliani, Non ho dimenticato, Timpetill, Cremona, 2015

Ilaria Demonti, Il sogno di Hokusai, Skira kids, Ginevra-Milano, 2016

Gus Gordon, Herman e Rosie, Motta Junior, Firenze, 2015

Beatrice Alemagna, Un leone a Parigi, Donzelli editore, Roma, 2017

Lev Tolstoj e Andrea Rivola, Il vecchio del bosco e i due topolini, Fatatrac, Casalecchio di Reno, 2011

Alice Barberini, Il cane e la luna, Orecchio acerbo, Roma, 2015

Gerda Muller, Indovina che cosa succede, una passeggiata invisibile, Babalibri, Milano, 2001

Edward van de Vendel e Carl Cneut, Un milione di farfalle, Adelphi, Milano, 2007

 

Terra per le mani

“La ceramica è un materiale pacifico”.  Mi fa piacere iniziare questo post ricordando le parole di un grande ceramista e un grande divulgatore dell’arte del fare ceramica: Nino Caruso. Di lui sono rimaste sugli scaffali di ogni ceramista in Italia le sue fondamentali pubblicazioni, molte proprio sulla tecnica, e le immancabili registrazioni su videocassette di una serie di documentari prodotti da RAI 3 negli anni Ottanta.

Quelle sopra, quindi, le parole, per definire l’arte a cui si è dedicato una vita intera Caruso, parole usate durante una delle sue ultime interviste in occasione della mostra Scultura ceramica contemporanea in Italia che lo vedeva doppiamente protagonista, tra gli artisti e tra i curatori.
Che la ceramica sia materia carica di pace e pacificazione, lo spiega il maestro raccontando di come abbia affiancato l’uomo per millenni, per facilitarne la vita quotidiana. La ceramica non è mai stata arma, ma suppellettile domestica, in grado di rassicurare le azioni della vita pratica, anche in uno sguardo futuro.
Poi, certo, si è fatta arte e, per essere più precisi e sempre per ricalcare il pensiero di Nino Caruso, si è evoluta in triplice identità: ceramica d’uso, ceramica per architettura e ceramica d’arte. Molto spesso queste tre emanazioni della materia argilla, non sono completamente distinte l’una dall’altra, ma spesso si compenetrano, forse per il denominatore comune, quello della sapienza artigiana, del grande patrimonio manuale che tutte e tra hanno come fondamento.

Nella mia esperienza, fare ceramica coi più piccoli, come anche con gruppi di adulti, crea un’atmosfera sempre particolare. Tutti restano rapiti dal lavoro manuale della terra; sempre ascoltando il pensiero di Caruso, ho pensato che questo si spieghi proprio per il forte senso di pace che evidentemente è connaturato a questo materiale e se ne sprigiona, dando beneficio e soddisfazione.
Creare qualcosa, lentamente, con pazienza, seguendo alcune regole fondamentali, che sanno dare senso ai gesti da compiere con esattezza e misura, come se si attingesse a un patrimonio ereditato dalla storia dell’umanità, che sta lì, silente, e che aspetta solo di essere rievocato e attivato, sa veramente creare un sentimento di benessere. Il mio riscontro, ogni autunno, nel ritrovare gruppi di bambini che già conosco dai laboratori dell’anno precedente, dopo avere fatto tanto altro (letto, guardato, ragionato, disegnato, dipinto, incollato,…), è la loro domanda appena mi vedono: hai portato l’argilla?

Per continuare a leggere, seguire questo link.

Una carrellata di immagini di piccole lastre prodotte con bambini della scuola dell’infanzia.

 

Spazio alla natura

“Dov’è l’elefante?
Dov’è il pappagallo?
Dov’è il serpente?”

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Ecco, molto semplicemente, tutto il testo di uno degli ultimi lavori tra i più recenti di Barroux uscito in Italia a marzo 2016 per le Edizioni Clichy, raffinata casa editrice fiorentina, molto attenta anche alla produzione editoriale per i più piccoli.

La storia, diretta e potente, arriva attraverso le immagini e lo fa in maniera efficace e inequivocabile. Si tratta di un’ode alla natura e, soprattutto, alla salvaguardia della natura. Seguendo i tre protagonisti, elefante, pappagallo e serpente, si assiste al disboscamento di una fantasmagorica foresta. Quello che accade è, in parallelo, il sorgere di una città, sempre più grande, sempre più opprimente e sempre più ingiusta e non ingiustificabile per proporzione, bruttezza, devastazione.

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I tre protagonisti e un albero rimangono rinchiusi in questa prigione di cemento, fino a venire realmente ingabbiati in uno zoo.

Da qui sapranno fuggire tutti e tre, albero in spalla, per dirigersi al porto, prendere una barca e raggiungere un’isola o un lembo di terra incontaminata in cui proseguire una vita immersa nella natura.

Un libro che diventa uno strumento straordinario per ragionare con i bambini di paesaggio naturale e paesaggio antropico, di equilibri tra natura e uomo, tra azione umana e gestione dell’ambiente.

Se si costruisce qualcosa, si “ruba” spazio a qualcuno o a qualcos’altro? Se si costruiscono dei palazzi, lo si farà al posto degli alberi di una foresta, ad esempio? Quanto spazio esisterà al mondo? (domanda complessa, ma le risposte potrebbero essere molto interessanti) Sarà possibile continuare a costruire case? Dove sono gli alberi che conosci e che vedi più spesso? Hai mai visto un bosco? Sei mai entrato in un bosco? Perché gli alberi sono importanti? …

Queste e molte altre domande, possono essere il naturale proseguo della lettura di questo libro. I bambini, anche i più piccoli, possono ragionare su questi argomenti. Le risposte che ho ricevuto, facendolo in prima persona, sono state tante: gli alberi sono belli, gli alberi fanno l’ombra d’estate per giocarci sotto, gli alberi fanno respirare, gli alberi fanno i frutti, gli alberi sono case di molti animali e, quindi, non bisogna togliere le case degli animali…

Ragionare di ambiente e di natura con i bambini non solo è possibile, ma è sempre più un dovere.

Ecco alcune immagini tratte dal laboratorio nato dalla lettura di questo bel libro e, per il post completo, basterà cliccare qui.

Per informazioni
ele.baboni@gmail.com